domenica, 27 gennaio 2008
La cella di Ezequiel
C'era uno strano silenzio dentro quella cella. Ezequiel aprì gli occhi e si trovò in una situazione quasi familiare. Posto angusto, ma ben tenuto. Il luogo era disadorno di tutto, tranne il letto, una ciotola ed un secchio. Appena destato, il giovane, si mise a fare gli esercizi che tutte le mattine lo accompagnavano da ormai una decina di anni...Durante le prime ore della notte era rimasto sveglio a pensare...Doveva aver messo un nuovo record, appena arrivato, subito sfidato a duello, e gettato in una prigione per aver scelto male le proprie vittime, anche se aveva vinto entrambi i duelli....Il solo pensiero di quelle povere persone innocenti lo faceva sentire peggio che mai. Era stata colpa sua se tutto era iniziato e poi lui aveva consegnato un'intera famiglia a dei pazzi. L'ultima riflessione di cui ebbe memoria prima che il sonno lo prendesse fu sul fatto che, da quando era giunto a Londra, il suo passato era tornato a fargli visita troppo spesso, cosa che non succedeva da molto tempo....
Che trattamento gli avrebbero riservato?? Quel pazzo di un Lestrange di sicuro avrebbe fatto del suo "meglio" per farlo sentire a casa.Non importa, si disse, qualsiasi cosa accada dalla mia bocca non uscirà un suono.
Dopo essersi liberato dalla madre di Enja in modo fortunoso e valoroso ( le madri... che danno all'umanità che sono!) Rodolphus pensò di recarsi alla cella dove languiva lo straniero che aveva duellato con Rabastan... rimase ad osservarlo in silenzio nascosto da una colonna, poi l'apostrofò con voce arrogante sogghignando:
- Bella cella! Ti senti a casa tua? Hai bisogno di niente?-
Una voce interruppe il silenzio che altrimenti sarebbe stato assoluto. Nella cella echeggiò la voce di un uomo, che molto probabilmente era il suo carceriere, e con buone probabilità il suo aguzzino. Dopo una breve pausa Ezequiel rispose: - Magnificamente, grazie. Ma un libro non guasterebbe. Sapete il silenzio di questa mia "sistemazione" mi invoglia alla lettura..Potete forse aiutarmi voi, dopo esservi fatto vedere?-
- Ma certo che posso palesarmi... e in tutta tranquillità! Credo che tu sia un uomo fortunato... posso darti del tu vero? Odio le formalità... fortunato perchè la mia ex moglie è troppo occupata a divertirsi con le prede che tanto stoltamente hai gettato nelle nostre mani! Dovevi immaginartelo: quei babbani sarebbero stati più felici morendo decapitati per tua mano... ma hai voluto fare il misericordioso e verranno torturati fino all'attimo estremo... e per colpa tua!-
- Certamente che potete darmi del tu...Peccato che io mai parlerò con voi in un simile tono.- Questa fù la prima risposta che Ezequiel diede al suo interlocutore.
Lentamente si alzò e andò a fissare, per quanto possibile, gli occhi Rodolphus. Il suo sguardo era fermo e glaciale. Gli occhi viola gli davano un'aria piuttosto inquietante, tanto che in un primo momento Rodolphus pensò che il giovane avrebbe fatto qualche sciocchezza.
Ezequiel invece parlò con estrema calma: - Voi vi credete veramente superiore? Certo che no! Altrimenti perchè dirmi che quì c'è qualcuno che dovrei temere più di voi? Sapete, io... in voi vedo solo un uomo, niente più.- e quì, come per il fratello, Ezequiel gli riservò la più sprezzante delle occhiate. - Per me potreste essere classificato al pari di un babbano. Voi li torturate, li uccidete, li cacciate...e questo è essere superiori? Per colpa dell'inadeguatezza di un membro della vostra famiglia ora della gente soffre pene che spetterebbero dapprima a vostro fratello. Dopo aver vinto non uno, ma ben due duelli contro vostro fratello, mi sono ritrovato in prigione per la scarsa cura con cui ho scelto l'oggetto della mia riparazione...Non parlate più di quei babbani in mia presenza, perchè se dovesse capitare che vediate il mio lato meno caritatevole, da nobile quale ostentate di essere, potreste non trovarlo di vostro gusto.- Concluse con un sorriso, che fece correre un brivido sulla schiena del suo interlocutore.
Seguì il silenzio mentre le parole del giovane andavano spegnendosi nelle profondità di quelle prigioni.
- Sei veramente un' incongruenza... hai un atteggiamentio inconsueto tra i maghi, soprattutto in questi tempi... parli di giustizia e onore, e estendi questi concetti anche per esseri che ai miei occhi, come del resto agli occhi di qualsiasi altro mago di queste terre, sono solo feccia. Misericordia, perdono e giustizia non vengono assolutamente estesi ai babbani, è un concetto che ti consiglio di approfondire... altrimenti non potremo mai comprenderci. L'Oscuro Signore impera in ogni angolo... e il Lord odia i babbani...-
- L'Oscuro signore ha di sicuro i suoi buoni motivi per odiare i babbani...e poi nessuno oserebbe dire all'Oscuro di non fare una determinata cosa, sarebbe stupido. Lui può tutto, non è un comune mortale come me o voi, inoltre giustizia ed onore sono valori che travalicano lo spazio ed il tempo, nessuno dovrebbe mai metterli da parte poichè esse sono le fondamenta di qualsiasi uomo degno di tale appellativo; il perdono...bè quello non è insito in tutti, questo è vero. - e un occhiolino seguì quest'ultima affermazione. - La misericordia...quella sì che bisognerebbe avere per dei babbani che, essendoci inferiori, vanno solo compatiti per la loro inettitudine...Parlate di comprensione? Io e voi potremo mai comprenderci? Come potremmo mai...se i valori cardine per me, in questo emisfero sono considerati indegni di essere applicati? -
Concluse con un tono più amareggiato del normale, lo sguardo sempre fiero, ma con una strana ombra dietro il viola degli occhi..
Augustus Rookwood era impaziente di conoscere il giovane Ezequiel. Mandò a chiamare il prigioniero straniero perché fosse condotto nella sala dell'interrogatorio, e attese.
La sala degli interrogatori era un abisso di perversione e morte, sotto una superficie rispettabile.
I muri di pietra nera, i tendaggi di velluto porpora, le onniscienti candele nere. I Fantasmi amanuensi, pallide creature con le catene ai polsi riportavano i verbali degli interrogatori.
- Il vostro nome, prigioniero - cominciò Augustus, il cappuccio del mantello gettato indietro a rivelare il volto ascetico, mentre intorno a lui le ombre rosse degli inquisitori attendevano.
Rodolphus era stato costretto a lasciare la sala, dove solo gli Insuisitori avevano diritto di restare, e uscendo aveva colto il baluginio perfido negli occhi di Bellatrix.
I corpi dei babbani trucidati erano già cenere...tranne i due che erano stati regalati ai lupi mannari, perché li sbranassero nelle loro foreste. Fenrir avrebbe di certo apprezzato il dono.
Rodolphus, costretto a uscire dalla Cuspide Cremisi, fece ben attenzione a produrre il maggior chiasso possibile nel farlo: sbattè nervoso gli stivali sul marmo nero dei lunghi e claustrofobici corridoi, salì le scale velocemente e dando gran manate a muri e ringhiere che risuonarono sinistre, imprecò a voce alta contro Rookwood e chiunque gli capitasse a tiro lungo il tragitto... e quandio fu ben certo che tutti lo credevano ormai uscito svoltò di scatto in un budello di pietra e con un incantesimo aprì una botola del pavimento. Si infilò strisciando in quegli angusti spazi e percorse piegato in due quasi mezzo chilometro, finchè non si trovò davanti a una stretta feritoia da dove riusciva a spiare la stanza degli interrogatori. Già il prigioniero era sottoposto all'inquisizone di Bellatrix e Rookwood nella luce tremolante e morbosa di molte candele nere, fra poco sarebbe arrivata anche la piccola e glaciale Enja, e questo era il motivo della presenza di Rodolphus dietro le mura di pietra.
Enja arrivò alla cuspide cremisi con mezz'ora di anticipo... man mano che si avvicinava alla cella 17 si sentiva sempre più a disagio. Speriamo solo che Rodolphus sia riuscito ad entrare, pensò... poi arrivò fuori dalla cella e si mise ad aspettare di essere chiamata all'interno... c'era già un interrogatorio in atto... e l'interrogato era il giovane straniero che aveva combinato tutti quei disastri durante il ballo due sere prima.
Lo sguardo di Ezequiel era ancora fisso negli occhi di Rodolphus quando dei passi erano echeggiato nel corridoio. Nell'udire tali passi, sul volto del mangiamorte si era dipinto un sorriso di soddisfazione e aveva fatto un passo indietro. Quattro guardie erano giunte a prelevarlo. Il suo interrogatorio sarebbe iniziato a momenti. Lo presero e lo condusero nella cella 17. Muri di pietra nera e tendaggi di velluto rosso, coprivano come una maschiera quello che altrimenti sarebbe stato un luogo austero e perverso. In quel luogo, ebbe l'impressione, dominava la pura follia mascherata da legge Oscura.
Venne fatto sedere e dopo qualche istante gli venne fatta la prima domanda, che è da sempre la più ovvia:
- Il vostro nome, prigioniero.- Ombre rosse erano alle spalle di quel volto che ora lo interrogava.
- Il mio nome è Ezechiel Greerburg. - fu la risposta del giovane interrogato.
Poi l'interrogatorio dello straniero fu momentaneamente interrotto per consentire il processo all'auror e Augustus invitò Enja ad entrare... la ragazza si sentì scaldare il sangue nelle vene, finalmente dopo due anni avrebbe vendicato suo padre. Sapeva già cosa fare...
Rodolphus era in una posizione molto scomoda, in parte perchè il suo corpo alto e nervoso era incastrato a forza in una nicchia di pietra, e se per caso fosse stato scoperto avrebbe dovuto fornire molte spiegazioni imbarazzanti... per non parlare di Bellatrix che avrebbe capito subito il motivo che lo spingeva a ridursi in quello stato. Eccola lì, bella, altera e con i suoi splendidi occhi enigmatici... Enja, la piccola strega venuta dal freddo che incominciava a scaldare un cuore ormai da troppo tempo ferito e solo.
Appena l'auror fu portato all'interno dell'aula gli occhi di Enja si incendiarono di odio. Quell'uomo sarebbe morto di certo, ma probabilmente non quel giorno, Enja voleva prima disintegrarlo nell'anima e nel corpo.
Il prigioniero guardava con apprensione un quarto uomo che era entrato in quel momento. Alto, magrissimo tanto da sembrare emaciato aveva un ghigno satanico sulle labbra strette e tirate sui denti scoperti... un ghigno ferale: - Ma buonasera a tutti... abbiamo anche un ospite... in questo caso il nostro Rookwood sarà felice di intrattenersi con questa bella signorina e lasciare compiti diversamente gradevoli a me! Vengo ora dal Ministero e ho ricevuto ordine di occuparmi di entrambi gli interrogatori di oggi... portate anche il giovane straniero... i due prigionieri si potranno consolare a vicenda! -
Antonin Dolohov era un sadico... nulla di nuovo sotto il sole tra i Mangiamorte di Londra, ma era particolarmente efferato, amava gli schizzi di sangue e se Rookwood aveva una certa raffinatezza Antonin era più un macellaio…e ammirava Bellatrix da sempre. Miscuglio pericoloso che ne faceva un pericolo mortale. Voleva che la strega lo apprezzasse, anche se lo aveva sempre meritato, e invece di fiori la omaggiava di cadaveri a pezzi. Ora il giovane straniero era tutto sommato intoccabile, non doveva ucciderlo... ma per il resto... cominciò a spintonarlo e schiaffeggiarlo, senza fare una sola domanda, lo scopo era far spaventare l'altro... l'auror che doveva fornire notizie preziose.
Dopo svariati tentativi di evitare i colpi, Ezequiel si chiese se non fosse il caso di provare con le parole, dopotutto era portatore di un'ambasciata per il Lord,..sperava che questo bastasse.
- Sfogate su di un prigioniero che ha le mani legate il vostro sadismo? Con me è fuori luogo. Io sono qui per la mia mancanza di gusto nello scegliere le vittime che vi sono state portate, e non per essere interrogato!!- disse imperioso il giovane, con gli occhi di fuoco viola.
Enja si chiese cosa voleva dire quell'uomo con quella frase… ma ormai ne era certa, era stata incastrata. Rookwood voleva solo cercare di sedurla… che stupida che era stata, doveva trovare il modo per uscire da quel posto... ma doveva anche mantenere la calma: una fuga avrebbe potuto far credere in un suo tradimento.
Poi però si calmò e cercò di concentrarsi nuovamente sull'obiettivo... Si accorse che l'auror non era per nulla intimorito da Dolohov, anzi, così attirò l'attenzione del mangiamorte e gli disse che l'auror si stava prendendo gioco di lui... e che forse era il caso di fargli provare l'ira dei mangiamorte.
Antonin Dolohov dovette mordersi le labbra per impedire di tradire un'espressione di ammirazione verso il giovane che stava percuotendo: non aveva emesso un gemito, e cercava di ragionare per distoglierlo dal suo intento... in quel momento udì alle sue spalle la voce della ragazza dai lunghi capelli neri, aveva ragione, l'auror sembrava sogghignare... Antonin fece per scagliarsi sullo straniero...ma a pochi millimetri da lui deviò la traiettoria e colpì l'auror in pieno volto, il sangue sgorgò sul petto dell'uomo, e Antonin si rivolse alla ragazza: - Credo che lei sia coinvolta... vuole domandare qualcosa a questo...signore? Aspetto che sia abbastanza cortese da risponderle. -
Poi guardò Bellatrix che attendeva in disparte, doveva inserirla per farla divertire...
Un sospiro di solievo uscì dal cuore di Ezequiel quando Dolohov si gettò sull’auror e notò che c'era anche una donna dai lunghi capelli neri, che aveva intravisto anche alla festa della sera prima…s embrava che fosse la donna a dover interrogare il secondo prigioniero.
Enja rivolse all'auror uno sguardo gelido e chiese in tono estremamente ironico: - Mi spiega cosa ci faceva un gentiluomo inglese come lei tra le lande desolate di Siberia il 12 novembre di due anni fa?-
L'auror a quel punto capì chi fosse quella giovane e decise di non rispondere.
A quel punto Bellatrix fece qulache passo avanti, guardando più Enja che i prigionieri. Quella giovane aveva un certo successo con gli uomini. Non solo aveva affascinato Rodolphus, ma anche Rookwood... cosa ci trovassero poi in lei era un mistero.
- Avanti, se una signora- e disse l'ultima parola con tono di scherno - fa una domanda, un gentiluomo non può far altro che rispondere!-
Enja non calcolò minimamente la freddura che le aveva lanciato Bellatrix... in fondo quella donna era solo gelosa. Guardò l'auror negli occhi e gli disse - Sei forse sordo? Hai bisogno di un interprete? Sarò anche russa ma l'inglese lo conosco piuttosto bene.-
La risposta dell'uomo fu inaspettata... - Io non rispondo ad una Sautin. -
A Enja iniziò a ribollire il sangue nelle vene... lo avrebbe ucciso in quel preciso momento se non avesse saputo che sarebbe stato il più grosso errore della sua vita.
Bellatrix trattenne a stento un ghigno. L'uomo di certo non si faceva spaventare dalle parole, ma davanti ai fatti avrebbe cambiato idea. Non sarebbe stata lei, però, a fare un favore alla rivale, che se la sbrigasse da sola per il momento.
Dolohov pensò che la smorfietta della strega bruna fosse molto seducente, e dopo aver afferrato l'auror per i capelli gli assestò una scarica di pugni sullo stomaco:
- Non hai risposto in modo cortese... credo che devi provare di nuovo... e riflettendoci bene prima.-
Rodolphus si tratteneva a stento dall'intervenire: non gli piaceva che Enja stesse così vicino a Rookwood, o che lui le sussurrasse all'orecchio, non gli piaceva per niente... ma capiva la necessità di Enja di presenziare all'interrogatorio. Si chiese se nell'eccitazione del momento lei si ricordasse che lui era presente, vicino a lei anche se nascosto, e se ne fosse felice. Era disposto a pazientare, anche se si augurava che Rookwood non esagerasse.
L'auror non si scompose ma anzi fissò con un ghigno i suoi due aguzzini.
Allora Enja dicise di passare oltre, - Chi ti ha inviato ad uccidere mio padre? In fondo... non era tua giurisdizione e non esisteva neanche una prova che mio padre fosse dalla parte del lato oscuro.-
Il ghigno rimase sul volto dell'auror mentre pronunciava il nome di Dejan Karkaroff uno dei migliori amici del padre di Enja.
La strega russa rispose gelida - Non è vero! Dejan è stato ucciso due giorni più tardi dagli stessi auror. Non vorrà dirmi che un'anima pura come la sua è capace di uccidere il suo stesso signore... mi dica chi l'ha inviata.-
L'auror allora rispose ancor più in tono di scherno - Mi avvalgo della facoltà di non rispondere vostro onore...-
Antonin credette bene di avvicinarsi a Rookwood per chiedergli il permesso di iniziare il vero interrogatorio, ottenutolo agitò la bacchetta e l'auror si trovò legato a dei ceppi di legno e accanto a lui feri roventi sfrigolavano in un braciere. Antonin era in solluchero, e sorrise a Bellatrix sperando in una sua risposta, intanto fece scioccare la lingua e si rivolse all'auror: - Ora credo che ti convenga parlare, mi piace una bella Crucio, ma anche questi non sono male…- e sollevò un uncino rovente.
Enja guardò il mangiamorte e chiese il permesso di poter iniziare lei stessa il vero trattamento per l'auror...
Ezequiel guardava con espressione vuota la scena che gli si presentava davanti agli occhi. Il suo volto era impassibile ma dentro di sè provava molta inquietitudine. Quell'auror stava giocando con il fuoco, si stava prendendo gioco dei suoi aguzzini...e lo faceva in modo esplicito...Però così facendo sarebbe rimasto in vita ancora un po’...ma quanto?
Antonin si inchinò cerimonioso e con un bel sorriso - sempre se si può definire bello il sorriso di essere sadico e crudele - passò l'uncino alla giovane strega facendo attenzione a non ferirla, poi si tirò indietro e rimase a guardare chiedendo con tono sardonico allo straniero che restava muto in disparte con occhi pieni di disprezzo per i loro giochi: -Vuoi partecipare anche tu?-
Enja si avvicinò all'auror e con un sorriso che definire sadico sarebbe stato poco lo guardò e iniziò - Allora... la lingua ti serve per parlare... le orecchie per sentire... il naso per respirare...
ma a cosa ti servirebbe vedere?-
Appoggiò l'unicino sull'occhio destro dell'uomo che iniziò ad urlare disperato. Enja rispose all'urlo, -Ti ho fatto male? Povero... non sai il male che tu hai fatto a me.- detto questo staccò l'uncino dalla pelle con violenza, aumentando il dolore dell'auror, e si fermò a guardarlo... e a Rookwood che la guardava con occhi interrogativi rispose - Se mi rimetto subito al lavoro il nuovo dolore sarà attutito da quello antico.-
Sguardi di sommo disprezzo dardeggiavano dagli occhi di Ezequiel. In sole 48 ore era stato offeso e trattato nel peggiore dei modi. Questo non avveniva da quando era "cresciuto"... Ora quel pazzo sadico gli rivolgeva una domanda del genere...Raramente la sua pazienza era stata messa a così dura prova. Quell'auror era al centro di una contesa che andava al dilà di quello che credeva. Da una parte c'era una donna che voleva la sua vendetta, gli si leggeva in faccia, dall'altra una donna che sembrava non apprezzare la presenza dell'altra...infine quel pazzo che faceva da cornice. Ezequiel, sempre fissando l'uomo negli occhi, disse:
- Prima vi definite superiori ai babbani e poi usate i loro stessi mezzi? Questo sì che significa essere "purosangue"...-
Antonin guardò lo straniero e gli rispose: - Certo ti ricorderai dell'inquisizione vero? Quel periodo così denso di morale che i babbani definiscono "santa"... non puoi biasimarci se dopo aver imparato da loro questi sistemi ora li abbiamo adottati anche noi, e poi questo Auror è qui per aver commeso crimini orrendi... e gliela stiamo semplicemente facendo pagare! -
- Straniero, non sei nella posizione per poter criticare, temo!- si intromise Bellatrix, - Fossi in te starei in silenzio e non attirerei l'attenzione del mio collega.-
- Sadismo e ferri acuminati sono l'unica cosa che vi interessa...se volevate delle informazioni da quell'uomo, le avreste già ottenute. - fu la risposta secca del giovane esotico.
- Io non cerco informazioni.- ammise Bellatrix, - Ma forse qualcun altro in questa sala sì. - e dicendo così guardò Enja in viso. - Avanti mia cara, non eravate forse voi a cercar giustizia per i vostri? -
Enja si girò verso lo straniero e lasciò perdere tutte le regole di buon costume che le erano state insegnate si girò adirata verso il mago e rispose - Zitto te! Che cosa ne vuoi sapere del perchè le persone sono qui? Fai tanto il buono, quello che difende gli altri ma in realtà non te ne frega niente di nessuno. Questa volta sono io ad interessarmi di te e ti do un consiglio: se non vuoi che il tuo delicatissimo corpo venga accidentalmente urtato da un ferro incandescente vedi di chiudere il becco. -
Ezequiel meditò un momento sulla risposta che voleva dare. Indeciso sul tono e la posizione da assumere...Iniziò dicendo: - Ho sentito che suo padre è stato ucciso. Me ne duole, soprattutto perchè l'ira rovina un volto altrimenti di pregevole fattezza. Non giudicatemi come una persona sgarbata se vi invito a non minacciarmi...Se non mi fosse realmente interessato di nulla non mi sarei arrischiato ad intercedere presso una fanciulla indifesa, o in secondo luogo non avrei permesso che una damigella di cotale bellezza partecipasse ad un simile evento senza adeguata "copertura" - lo sguardo del giovane si fissò negli occhi della ragazza.
Enja guardò il giovane, indecisa su cosa fare. Il mago aveva capito che non era venuta sola... Come aveva fatto? - La storia della mia famiglia non la deve interessare... anzi forse una persona come lei che conosce ciò che ho passato potrebbe maggiormente capire il mio stato d'animo e la mia sete di vendetta. Utilizzare metodi babbani o magici per me non fa nessuna differenza e glielo dimostrerò. - si girò verso l'auror e gridò – Sectusempra- e in un attimo la pelle dell'uomo iniziò a squarciarsi. - Il mio unico scopo è far soffrire quest'uomo quanto io ho sofferto in questi anni prima di rispedirlo al creatore.-
Rookwood era perlomeno annoiato dalla brutalità di Dolohov...si comportava come se la Cuspide Cremisi gli appartenesse, e invece avrebbe dovuto lasciare agli Inquisitori l'interrogatorio.
- Ti prego, Antonin, cerca di calmare i tuoi bollenti spiriti. Vogliamo che parli, o mi sbaglio? Per questo ho una sorpresa che quest'auror potrebbe gradire... Visto che si rifiuta di parlare, e che l'ira della nostra giovane amica non lo smuove...dovremmo ricorrere ad altri mezzi...-
L'interesse di Rookwood per Enja era puramente quello di un vivisezionista: pur trovandola molto bella la voleva accanto a sé come Inquisitrice, e non come amante...Lui amava solo la pietra e il controllo gelido sulle passioni mortali.
Assaporò la scena con delizia, perché trascinata dalle catene a entrare nella stanza dell'interrogatorio fu l'amante babbana dell'auror, che perse improvvisamente tutto il suo contegno.
- Se lei non vuole parlare, lasciamo che a soffrire sia la sua disgustosa amichetta...- sorrise Rookwood facendo cenno a Bellatrix di occuparsene
Ci vuole ordine nella tortura, rifletté Rookwood, mentre la giovane babbana si contorceva al suolo sotto i raggi della Cruciatus.
- Siete pronto a rispondere alle nostre domande, adesso? - chiese con dolce sussiego all'Auror
- Lasciatela stare! - urlava quest'ultimo.
- Puoi comprare la sua salvezza...se risponderai alle nostre domande sarete liberi entrambi...- e il sorriso di Rookwood raggelò i presenti.
Libero? Quell'auror libero dopo tutto ciò che aveva fatto? Com'era possibile... Dopo aver pensato ad un raptus di follia di Rookwood, Enja ritornò in sé e pensò che tutto sommato non sarebbe stato male ritrovarsi faccia a faccia con l'auror fuori dalla cuspide. Lì non avrebbe dovuto stare agli ordini di nessuno...l'unico che avrebbe potuto fermarla era Rodolphus ma sperava che non lo avrebbe fatto.
Nel sentire la risposta e nel vedere il risultato di quell'incantesimo, Ezechiel si era bloccato. Gli occhi gli si svuotarono, la bocca gli si serrò secca. Improvvisamente era stato investito da un'ondata di ricordi. Eccolo...cera lì...ancora una volta disteso nel freddo della sua cella. A cinuque anni non aveva mai visto la luce del sole, a cinque anni non conosceva altro che l'addestramento e la tortura. Sì, aveva appena finito il suo turno. Il corpo era ferito in maniera grave. Avevano usato molte magie per ferirlo, ma lui non aveva emesso un suono. Dopo tutto era qualche anno che andava avanti così… il dolore era sopportabile. Ma quell'ultimo incantesimo no. Quella sera avevano usato il Sectumsempra, gli squarci che si aprirono sul suo corpo lo fecero gridare..Quell'urlo spaventoso che dalle sue membra era uscito, assomigliava più ad un ruggito. Lo riggettarono in cella con l'auspicio che non morisse. Non era morto, ma una voce si destò nella sua mente... “Perchè ti opponi? Fai quello che ti hanno chiesto, e vedrai che poi ti sentirai meglio”. Il giorno dopo, lo vennero a prendere. Un'altra dura giornata di allenamento, e poi la prova giornaliera. Quella sera avrebbe dovuto ripetere la stessa della notte precedente. Doveva dimostrare di non provare nulla, non di essere crudele. Impugnò la bacchetta e la spada. Il prigioniero su cui infierire era lì, bianco in volto e terrorizzato. Quella notte fallì, come del resto la precedente. Rimase bloccato a fissarlo con le lacrime che gli rigavano il volto. Per un anno da quel giorno venne torturato tutte le sere. In quell'anno la voce nella sua mente prese sempre più corpo. Infine per la sopravvivenza Ezequiel cambiò. Divenne freddo. Superò la prova… e molto più. Questo non lo trasformò in una macchina, però di fronte al dovere non si faceva più scrupoli.
Ora di fronte alla tortura di quell'uomo, la voce riemerse… “ Che stai facendo!!?? Che ti importa di come lo torturano, ricorda che anche tu...”.
Con un gesto della testa fece per scacciare quella voce, non la voleva più sentire. Aveva capito!
Schiarendosi la voce per richiamare l'attenzione, disse: - Madamigella, voi avete sofferto indicibili pene a quanto dite, allora perchè accontentarsi del dolore fisico? Attaccatelo dove nessuno lo ha ancora fatto! - Con una espressione di pietra e lo sguardo privo della ben che minima emozione continuò, - Fate torturare a lui la donna, ma non usate l'Imperius....dite Verterida! -
Enja si voltò verso Rookwood, aveva bisogno del suo permesso per fare ciò che il giovane le aveva consigliato in un sussurro. Quella magia maledetta lo avrebbe fatto capitolare e avrebbe da un lato concesso ai mangiamorte di ottenere le loro informazioni e dall'altro alla ragazza di ottenere finalmente vendetta e con essa la pace interiore. Spiegò all'inquisitore il funzionamento della maledizione molto usata nell'est ma pressochè sconosciuta in Inghilterra, probabilmente l'unico mago vivente a sapere dell'esistenza di quell'incantesimo era il Signore Oscuro, che costringeva la persona che ne era colpita a fare tutto ciò che gli veniva ordinato. Rispetto all'Imperius aveva due differenze: era impossibile sottrarsi all'ordine; la mente di chi veniva colpito restava vigile e per cui il maledetto sapeva ciò che stava facendo.
Attese una risposta da Rookwood sperando che acconsentisse... ma ecco...Bellatrix Black si propose per eseguire la magia... la donna non sapeva i danni che il mago che compiva la magia poteva riportare se non stava bene attento e Enja si guardò bene dal dirglielo.
Rodolphus si sentì ghiacciare il sangue nelle vene... non era possibile, Bellatrix stava per correre un rischio enorme. Eppure non poteva intervenire, tradire la sua presenza sarebbe stato come arrendersi e rinunciare a tutti i progetti che aveva fatto su Enja, senza contare che avrebbe dovuto affrontare l'ira degli inquisitori. Non li temeva, ma era decisamente poco saggio creare attriti fra di loro solo per gli occhi belli di una fanciulla. Si morse a sangue le labbra, strinse i pugni e aspettò: forse Bellatrix ne sarebbe uscita incolume.
La proposta era stata accolta, e a quanto pareva, la damigella dai capelli d'onice conosceva l'incantesimo. Ma sapeva usarlo? Non era un incantesimo normale, chi lo usava doveva conoscerlo bene, altrimenti i danni sarebbero stati ingenti. Improvvisamente l'altra donna, dall'aspetto imprioso ma di nobili fattezze si propose per eseguire lei l'incantesimo. Follia, conoscere solo la formula l'avrebbe potuta distruggere. Senza pensare, Ezechiel fece un passo avanti: - Mia signora, non voglio mancarvi di rispetto, ma credo sia meglio che non eseguiate quell'incantesimo...Potrebbe costarvi caro, e sinceramnte non voglio che alcun danno sia arrecato a una simil donna dietro mio consiglio....Lasciate a chi già conosce l'incantesimo l'onere di eseguirlo -.
Rookwood acconsentì alla richiesta di Bellatrix, ma nel momento in cui la strega stava per lanciare il terribile incantesimo Enja pensò a Rodolphus e a cosa gli stava passando in quel momento per la mente e il cuore. In fondo la strega era sempre la sua ex moglie... e presa da uno slancio di bontà bloccò la mano dell'inquisitrice dicendole che, se non aveva mai provato a lanciare l'incantesimo, farlo su un umano sarebbe stato estremamente rischioso. Avrebbe rischiato che la sua anima le si staccasse dal corpo... come dopo il bacio dei dissennatori.
“Enja... Enja ti adoro! Non sei solo bellissima, ma anche intelligente e hai capito che sto soffrendo, mia moglie non conta più nulla per me... ma non voglio vederla soffrire...”
In realtà Rodolphus non parlò, ma da quel momento non considerò la fanciulla come un bell'orpello, e l'adorò. Forse in modo incostante, forse non si sarebbe trasformato in amore quel suo sentimento spontaneo, ma certo tutto poteva iniziare da lì.
Inoltre, da quell'istante, non potè più considerare il giovane Ezequiel come un nemico. Aveva onore... difficile da ammettere ma era così!
Bellatrix non accennava ad abbassare la bacchetta e una sorta di terrore invase Enja. Quella pazza preferiva divenire uno spettro piuttosto che darle ascolto... Sperò nel'intervento degli altri inquisitori, anche se le possibilità che quei due sadici agissero per fermare la strega erano minime.
Bellatrix si sentiva combattuta, continuare, compiere l'oscura magia di cui non si sentiva padrona o abbassare la bacchetta e ammettere che la Sautin ne sapeva più di lei? Il suo orgoglio le imponeva di scagliare l'incantesimo contro l'auror, mentre la ragione le suggeriva di trovare il modo per rinunciare senza perderci la faccia.
Fu Rookwood a risolvere l'impasse, - Bellatrix, le tue doti ci sono necessarie. Non vorrai ridurti a corpo senz'anima solo per orgoglio! Lascia che sia Mademoiselle Sautin a compiere l'incantesimo. Non tollero conflitti tra i miei Inquisitori! E spero, Madamigella Sautin, che vogliate entrare a far parte dei nostri accoliti, come Inquisitrice. Ne avete tutti i talenti. Agite, e che questi due traditori parlino! Non possiamo aspettare oltre. - concluse con voce sepolcrale.
Era tempo che Enja non eseguiva più quella magia, ma si ricordò che suo padre le aveva detto che per eseguire que sortilegio fossero necessari solo due requisiti: immensa fiducia in se stessa e un odio profondo verso la propria vittima. Entrambi i requisiti erano presenti nel suo cuore, così dopo un brevissimo istante guardò dritto negli occhi l'auror e gridò – Verterida -. Dopo alcuni secondi gli occhi dell'auror divennero vitrei e Enja allora ordinò - Risponderete a tutte le domande che vi verranno sottoposte dagli inquisitori dicendo tutta la verità e dopo di ciò vi atterrete alle mie indicazioni. - Poi si rivolse a Rookwood: - Il prigioniero risponderà a tutte le vostre domande. Per quanto riguarda la vostra proposta di entrare a far parte degli inquisitori... non sono sicura di avere le caratteristiche adatte, la mia ferocia nei confronti di quest'uomo è dettata da un fortissimo sentimento di odio che provo nei suoi confronti e non so se davanti ad una persona che per me non significa niente sarei capace di agire allo stesso modo e di non provare alcuna pietà.-
- Non temete, Madamigella. L'indifferenza si impara, è una dote rara che deve essere coltivata...ma all'inizio non dovrete assolutamente prendere parte a eventi che non apprezzate. Potrete rimanere nell'ombra e osservare, e se poi ne foste disgustata potreste sempre rifiutare l'offerta. - detto questo Rookwood si rivolse all'Auror. - Tu, feccia disgustosa, ammetti di esserti macchiato di cospirazione contro l'Oscuro Signore? Di aver tentato con i tuoi miseri mezzi di sovvertire il suo regno?
All'assenso atono dell'Auror Rookwood continuò, - Avete preso contatto con la Resistenza? -
La domanda vibrò nell'aria, e l'Inquisitore si sporse in avanti, aspettando la risposta che tardava a giungere.
- Sì. Ho ricevuto ordini dalla Resistenza, ma non ho mai incontrato nessuno che ne facesse parte. -
La delusione si fece palpabile...Era inutile, quel disgustoso Auror.
Dopo averlo spremuto un po' riguardo ai modi con cui la Resistenza si era messa in contatto con lui, e senza ricavarne molto, Rookwood si rivolse ad Enja. - Tocca a voi, interrogatelo pure su ciò che vi preme...-
Enja si rivolse all'auror, - Ora finalmente parlerete. Chi vi ha inviato ad uccidere mio padre?- Non sapeva perchè ma una voce dentro di sé le diceva che si sarebbe pentita di questa domanda...
L'auror rispose - Il signorino Egor Baranova- e il mondo cadde addosso alla strega. Suo cugino, aveva tradito il sangue della sua stessa famiglia. La domanda più spontanea ed anche la più stupida le uscì in quel preciso momento: - Perché? - L'auror rispose - Ci disse che Lord Sautin faceva parte dei seguaci di Colui che non deve essere nominato e noi colpimmo. Ci disse però che sua figlia era solo una bambina e che pertanto era possibile che fosse recuperabile.-
Enja non aveva più bisogno di sapere niente, suo cugino si era sbarazzato di suo padre solo per divenire capofamiglia ed ottenere i privilegi che spettavano solo all'uomo più anziano.
Si rivolse a Rookwood, - Io ho finito con quest'uomo. Ho ottenuto tutte le informazioni necessarie, fatene ciò che volete. Con il vostro permesso ora vorrei andarmene, oggi ho avuto fin troppe rivelazioni.-
Verterida. Quell'incantesimo....Lo aveva proposto lui, questo è vero. La voce nella sua testa aveva ridato a Ezequiel l'indifferenza di cui era tanto orgoglioso, e per la quale era giunto tanto in alto nel regno di Ferkil. Però il ricordo di quella notte, lo sguardo dell'Auror che tanto assomigliava a... Ezequiel si riscosse appena in tempo, gli tremavano le gambe, e aveva gli occhi stranamente lucidi. Istintivamente si appoggiò al muro e abbassò lo sguardo. Doveva uscire da quel posto più in fretta che poteva. Da quando era arrivato in Inghilterra, stranamente, i ricordi lo avevano assalito, per non parlare poi della sua permanenza in questa prigione. Doveva ricomporsi, e farlo in fretta prima di essere scoperto con lo sguardo basso e lucido.
Rookwood le accordò il permesso di uscire, ma prima di farlo Enja si voltò per ringraziare il giovane straniero e lo vide con la testa china e gli occhi lucidi. I ricordi avevano invaso anche il suo cuore? Perchè le aveva suggerito quella maledizione se gli portava tanta angoscia?
Poi la giovane si rigirò verso l'uscita aprì la porta e si ritrovò finalmente alla luce del sole.
Ezequiel avvertì un improvviso silenzio, la donna era uscita. La prima cosa che si chiese fu se avesse notato il suo sguardo...sperava vivamente di no. Poi una seconda verità gli si parò davanti: era solo con una massa di sadici torturatori. Si ricompose più in fretta che poteva, sperando che nessuno avesse notato quel suo attimo di debolezza. Ora, di diceva il giovane, sarebbe toccato a lui,
Rodolphus vide che Enja era uscita, ma non poteva raggiungerla subito: il giovane Ezequiel era rimasto senza l'unica testimone che avrebbe intercesso per lui o almeno fornito un ostacolo per una tortura immotivata. Rodolphus si ricordò dell'onore che il ragazzo aveva dimostrato e decise di intervenire. Mentre gli Inquisitori si avvicinavano a Ezequiel che avrebbe costituito un passatempo più piacevole dell'Auror ormai reo confesso, il mago ripercorse all'indietro la strada percorsa solo poche ore prima e si trovò all'esterno, rientrò dal portone principale e con la scusa di voler rivedere Rabastan si avvicinò alla stanza n.17. Entrò con espressione staffotente e disse a Rookwood: - Voglio fare due chiacchiere con questo giovanotto, magari fargli fare un giretto a salutare Rabastan e poi lasciarlo nella sua cella, così si trastullano insieme!-
Poi, senza attendere risposta, afferrò il braccio di Ezequiel e lo condusse nel corridoio. Non si fermò davanti alla cella di Rabastan che dormiva alla grossa, proseguì fino alla cella dello straniero e lì lo rinchiuse. - Non chiedermi perchè ti ho evitato di passare altro tempo con i miei compagni, sappi solo che tanto ti dovevo!
Ezechiel rimase interdetto da quel gesto, poi rispose, - Non chiederò spiegazioni, ma...- fissò intensamente Rodolphus - sono felice di essermi sbagliato, almeno in parte. Quello che avete fatto oggi, e non mi riferisco a me, è un gesto che vi fa onore. Inoltre vi ringrazio. - e qui sorrise al suo interlocutore.
Rodolphus gli sorrise, un sorriso spontaneo, cameratesco, poi gli disse, - Ora devo andare, c'è una fanciulla che mi aspetta, mi capisci vero? Cerca di rimanere in salute fino alla fine della settimana...- fece un cenno di saluto e se ne andò, via, libero. Con l'animo molto più leggero uscì finalmente dalla Cuspide, l'aria fredda gli sembrò deliziosa e il gelo pizzicò le sue guance. Davanti a lui Enja che l'aspettava, bella e desiderabile: - Buongiorno aspirante inquisitrice! Sei più bella della neve alla quale hai rubato il candore che ti illumina l'incarnato!-
Rivelazioni interessanti, pensò Rookwood, dopo aver congedato Enja, che aveva evidentemente il respiro affannoso di chi ha appena ricevuto una pugnalata al cuore. Avrebbe dovuto rimandare il piacere di interrogare lo straniero perché Rodolphus era accorso a reclamarlo per sé, eppure l'interesse di Rookwood stranamente non era relativo principalmente alla tortur, così raggiunse l'amasciatore nella sua cella spoglia, solo.
Aveva fame di notizie da quel paese lontano in cui aveva lasciato il cuore, molti anni prima.
- Per vostra fortuna, ambasciatore, ho un grande interesse per il vostro paese...Mi piacerebbe che mi descriveste un po' i suoi usi e costumi. Sembra che ci siano state delle questioni riguardo alla successione al trono, di recente... E poi mi chiedo come osiate definirvi diverso da noi Mangiamorte quando è chiaro che anche voi avete imparato l'arte della tortura... Non temete, non ho intenzione di farvi del male. -
Ezquiel, assorto com'era nei suoi pensieri, nel turbinio dei suoi ricordi, non si accorse dei passi che si facevano sempre più vicini, poi quello che sembrava chiamarsi Rookwood, interuppe il flusso dei suoi ricordi e pose delle domande, come se fossero seduti ad un tavolo di un cafè.
Prima di rispondere il giovane soppesò sia le domande che il suo latore. Considerando che, pur essendo un sadico, era venuto con modi affabili e, almeno in apparenza, con scopi non bellicosi, si decise a rispondere. - Volete sapere degli usi e costumi del mio paese? Come fate a sapere delle qustioni inerenti alla successione al trono? Perdonate la scortesia di rispondervi con altre domande, ma avete accresciuto in me la curiosità. Per quanto riguarda le nostre diversità, quelle sono inequivocabili. Io mai potrei essere un Mangiamorte, visto che ho dei principi e leggi morali a cui rispondere. Non consideratemi uguale a voi; conoscere una cosa, non significa necessariamente provare piacere nell'usarla, come ho visto fare poc'anzi. Badate non vuole essere una mancanza di rispetto..diciamo un diverso punto di vista.- Sorrise affabile e attese che giungesse la risposta.
- Conoscevo bene Sua Maestà Astredis, il precedente re che tanto ha sofferto per le sue idee anticonvenzionali. Si dice che l'attuale re abbia avuto una parte nella morte lenta, probabilmente causata da avvelenamento, di Atredis, e voi, sono certo, ne sapete qualcosa di più. - Poi Rookwood si avvicinò ad Ezequiel e sussurrò, con voce compunta, conscio di stare rivelando un segreto : - Mos Haid...-
La meraviglia si dipinse sul volto el giovane. Per lui fu impossibile celarla. Come faceva quell'uomo a sapere tutto questo? E soprattutto come conosceva il Mos Haid? Credeva di averne cancellato le tracce, nessuno era sopravvissuto. Se lui lo conosceva allora poteva essere un pericolo.
- Io ho iniziato a servire proprio sotto la reggenza di Lord Astredis. Credo che avessi più o meno 10 anni. Ricordo perfettamente quegli anni, ero nella sua stanza quando spirò. Fu una grave perdita, in molti lo piansero. Inutile mentirvi, è vero è stato avvelenato.- Ora mentire era essenziale, nessuno avrebbe mai dovuto sapere la verità, altrimenti lui sarebbe stato in pericolo, - Il colpevole non è mai stato trovato, l'attuale reggente, ovvero il fratello minore di Astredis, non ha smesso di cercarlo per i successivi 10 anni. Poi il tempo ha cancellato, o diminuito, il rancore ed il dolore…- Il volto di Ezequiel non tradì le sue emozioni, cosicchè sarebbe stato difficile capire che quella non era la verità, o quantomeno non tutta.
Poi con una naturale indifferenza chiese, - Scusatemi avete detto Mos Haid? -
- Oh sì...Mos Haid, il luccichio segreto nelle stanze del potere, il sotterraneo impiego di strani mezzi, la carnalità sfrenata e il puro raziocinio. Mos Haid...vedo che non siete disposto ad essere sincero, ma non ho interesse a torturarvi. La vostra punizione è finita.-
Augustus Rookwood riconobbe lo stupore sul volto del giovane ambasciatore, e sorrise. Che uno straniero qual lui era sapesse così tanto era cosa ben strana, e ne poteva comprendere lo sconcerto. - Potete lasciare le nostre prigioni, straniero. Spero che ricorderete la clemenza con cui siete stato trattato, e che mai più dovremmo accogliervi tra noi. Se mai avrete domande da pormi su Mos Heid sappiate che è mia abitudine pretendere un alto prezzo per ciò che concedo. Addio, e che il sole continui a risplendere nel vostro cielo segreto…-
Ezequiel era libero...Strano, ma bello. Le cose però si stavano complicando, quell'uomo sapeva più cose di quanto dovesse. Poi quella frase, "che il sole continui a risplendere nel vostro cielo segreto"...quella sì che era una cosa strana. Quella era la frase che in molte lingue era incisa in ogni soffitto, ogni parete e pavimento, del Mos Haid. Un senso di inquietudine pervase il giovane. - Credo che un giorno di questi dovremmo fare una lunga chicchierata, my lord. Non vedo l'ora. Per adesso grazie ed arrivederci.-
Rookwood aprì la porta delle prigioni, con la sua chiave d'oro, e lasciò che il giovane ambasciatore si allontanasse. Sarebbe tornato, ne era certo, ora che sapeva che almeno un adepto del Mos Haid era ancora in vita.
Lui avrebbe atteso, come sempre. Si ritirò nel suo ufficio, e, snobbando i numerosi inviti ricevuti, si dedicò alla sua seconda attività preferita, la traduzione di antichi testi, le cui rune erano incomprensibili a tutti. L'inchiostro macchiò la carta, e i ricordi affollarono la mente dell'Inquisitore.
Arquise
wrote at 13:27
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martedì, 15 gennaio 2008
Enja e Rodolphus alla Cuspide Cremisi
Muri di pietra grigia, fredda ardesia priva però della muffa e dell’umidità che solitamente contraddistinguono le celle. Una feritoia gettava flebile luce all’interno, e illuminava l’ambiente spoglio, in cui gli unici orpelli erano un letto, un secchio ed una ciotola. Era una delle celle migliori, nel primo girone della Cuspide Cremisi, riservate a chi irritava l’Oscuro Signore, ma il cui rango lo premuniva dal precipitare all’inferno.
Eterna tristezza e straziante dolore decoravano quel budello luciferino delle carceri. Eppure, non c’erano topi, né insetti a turbare il sonno dei prigionieri. Il cibo era spartano ma decente, e l’acqua pulita. Ma l’atmosfera di opprimente dannazione gravava sui prigionieri come un sudario.
Solo il nome bastava a suscitare ansiti terrificati. La Cuspide Cremisi, le porte del male che si aprivano solo per i morti, su cui regnava un’impassibile Torquemada, Augustus Rookwood, e sanguinari accoliti come Bellatrix Lestrange e Walden McNair. Porpora e nero ovunque, a ricordare il sangue e l’espiazione, il sacrificio e la purezza.
Una cella, ed un uomo solo con se stesso.
Rastaban era stato trasportato al San Mungo, dove gli avevano rimesso in sesto il braccio frammentato in milioni di pezzi, e da buon codardo, aveva posticipato la sua residenza in carcere, aspettando prima che scadesse il mese da trascorrere chiuso nei suoi appartamenti.
Ma il giovane ambasciatore straniero, colpevole solo di eccessiva cortesia, era stato immediatamente spogliato delle sue armi e condotto in cella.
Nel suo ufficio, una camera in nero gaietto, su cui spiccavano tendaggi color porpora e lo stemma in oro della Cuspide Cremisi, Limpieza de sangre, Augustus Rookwood ascoltava con attenzione il resoconto della serata precedente.
Sorrise obliquamente nel sentire il nome dei partecipanti al dramma: una vampira…chissà come reagiva la sua stirpe alla tortura, si chiese con un vago interesse, quella bestia alcolizzata di Rastaban, una giovane traditrice del suo sangue, e un esotico straniero, che ora rifletteva metri sotto di lui.
Rookwood congiunse le lunghe dita affusolate, assorto dalla meditazione, e lasciò che i suoi Inquisitori restassero in piedi, cavalieri dell’Apocalisse animati dal sacro fuoco della fede nell’Oscuro. Bellatrix era accanto a lui, esaltata dalla scoperta che c’erano dei babbani nelle carceri, una famiglia intera e una madre col suo bambino con cui divertirsi…
Bellatrix adorava torturare le madri. Lei che era sterile come un fiore spezzato da Azkaban, non sopportava vedere l’infinito affetto che legava quelle puerili babbane ai loro piccoli.
Ma avrebbe atteso gli ordini di Rookwood, che dietro la facciata di uomo accorto e misurato, nascondeva un amore per il sangue superiore a tutti loro.
- Abbiamo indicazioni su come trattare questo straniero?
- Immagino che non potremo torturarlo – rispose con disappunto un Inquisitore.
- Manderò una missiva a Lord Voldemort, perché ci dica cosa ha in mente per quest’uomo. Ci atterremmo alle sue disposizioni.-
- Avrebbe dovuto darci anche quell’impudente di McAllister…ma certo, è stata protetta da Severus, il paladino delle cause perse. E’ feccia, e dovrò chiedere a Narcissa perché l’abbia invitata – sibilò Bellatrix.
- Non essere troppo dura con tua sorella, Bellatrix – rispose Augustus – A me incuriosisce piuttosto la piccola vampira. Perché non è anche lei nelle segrete? Forse non è sola come questo giovane ambasciatore. Si dice che i legami tra i vampiri degli Antichi Casati siano fortissimi, e che nessuno rischierebbe di farseli nemici. Il re di questo ragazzo, invece, l’ha lasciato solo, in balia di un mondo sconosciuto…E’ già fortunato ad esserne uscito con così poco.-
Enja si guardò intorno... la realtà della Cuspide era ancor più atroce dei racconti che venivano narrati su di essa... strinse ancora di più il braccio di Rodolphus per ritrovare un po' di sicurezza... Voltando lo sguardo vide l’inquisitore Rookwood, Walden McNair e soprattutto Bellatrix Lestrange che la fissava con odio... in seguito iniziò la discussione riguardante Ezechiel... povero ragazzo non lo invidiava affatto... sembrava che i tre della cuspide non conoscessero nessun sentimento che non fosse odio.
Rodolphus si accorse dello sguardo angosciato della sua compagna, e istintivamente le pose una mano su quella piccola di lei che serrava il suo braccio:
- Non hai nulla da temere, e ricorda: sono un Mangiamorte, ma non dimentico di essere un uomo... non guardare gli altri, ignora i loro discorsi e cominciamo a controllare le celle, rimani dietro di me e avvertimi se riconosci qualcuno.-
Enja annuì e rimanendo vicina a Rodolphus iniziò a controllare le celle una alla volta... dopo molto tempo, quando ormai pensava che non avrebbe mai trovato le persone che cercava, si bloccò... fisicamente era solo uno spettro ma quegli occhi la tormentavano continuamente nei suoi incubi... lui era uno degli auror che avevano ucciso suo padre, per la precisione era quello che aveva lanciato l'incantesimo. Rodolphus le aveva detto di avvisarlo quando avesse visto uno di loro ma... in quel momento l'odio era più forte di tutto...non riuscì ad avvisare il mangiamorte... si limitò a fissare con tutto l'odio che aveva accumulato in quei due lunghi anni l'auror che ora più che mai pensava di essere vicino alla fine.Tentò di afferrare la bacchetta ma il suo braccio fu bloccato da una presa robusta...
Rodolphus non era uomo da tralasciare i particolari e, complice l'espressione tormentata di Enja e gli occhi che non erano più enigmatici ma corrosi dal dolore si accorse subito che l'uomo nella cella di fronte a loro era stato riconosciuto dalla giovane, vide la mano di lei scivolare sotto il mantello che nascondeva le sue forme gentili e uscire furtiva impugnando la bacchetta... e agì:
-Ferma Enja! Vieni via... subito via da qui!-
La trascinò nuovamente nel corridoio dove i loro stivali risuonarono sinistri, intorno l'atmosfera cupa e morbosa di quel luogo di sofferenza e morte, davanti a lui un viso impallidito e lunghi capelli neri che ondeggiavano seguendo il movimento del capo che scattava nervoso. Rodolphus non riuscì a impedirsi di accarezzare la gota di lei che l'aveva sì rifiutato... ma era bella e dolce... e piena di dolore:
- Mia cara, stavi per commettere un errore imperdonabile: solo l'Oscuro Signore ha diritto di vita o di morte, gli stessi Rookwood e..., sì, Bellatrix possono giustiziare solo chi è stato segnato nel libro nero del Lord, hai riconosciuto quell'Auror vero? Ha ucciso tuo padre? Capisco, ma occorre mantenere la calma e riferire tutto agli Inquisitori!-
Enja tentò di ritornare verso la cella ma la presa di Rodolphus era troppo forte...
Dopo qualche minuto si calmò e rispose:
-Va bene... aspetterò... ma devi promettermi che farai di tutto per far sì che possa essere io a vendicare mio padre personalmente o che per lo meno quest'essere muoia lentamente fra le sofferenze più atroci. Non si merita che la sua vita sia spezzata con un'Avada Kedavra... sarebbe troppo facile. -
Augustus Rookwood era un uomo paziente, e sapeva che tutto quello che desiderava finiva, prima o poi, per avverarsi.
Dietro il gelo e i lineamenti di marmo del volto nascondeva una brama di dolore che non poteva mai essere appagata. Rookwoood era fedele all'Oscuro Signore, e mai avrebbe agito senza il suo consenso, ma nel profondo del suo cuore malato avrebbe voluto che tutta la feccia Mezzosangue e tutti i babbani della terra finissero nelle celle della Cuspide Cremisi...
Avrebbe voluto ucciderli e torturarli tutti, ma solo il luccichio degli occhi spietati rivelava ai suoi accoliti quei sentimenti da dio della morte.
Il suo diletto, dopo che aveva imparato così bene a esplorare le vie sanguinose del dolore, era sperimentare la tortura e l'annichilimento di stirpi diverse da quella comune.
Aveva torturato troll, giganti, fate, e qualsiasi altra creatura magica su cui fosse riuscito a mettere le mani. Soprattutto i centauri erano stati soddisfacenti oggetti di studio, per il loro orgoglio indomito e la loro fine intelligenza...ma tutti avevano finito per piegarsi.
Ed ora c'era un'autentica vampira antica tra loro, e Rookwood sirò le labbra in un sorriso mefistofelico immaginando cosa significava torturare un immortale....
Rodolphus ed una giovane donna dai lunghi capelli scuri entrarono in quel momento nel suo ufficio, chiedendo l'autorizzazione per assistere alle sevizie di uno dei prigionieri...
La ragazza sembrava sconvolta, e così affamata d'odio che Rookwood si trastullò col pensiero che avrebbe potuto essere un'ottima Inquisitrice...
Enja chinò il capo in segno di rispetto di fronte all'inquisitore e chiese di poter assistere alle sevizie del prigioniero della cella 86, poco tempo prima Rodolphus le aveva spiegato che quei prigionieri ricevevano giornalmente le "attenzioni" degli inquisitori...
Sperava solo che quell'uomo non le chiedesse il motivo di tanto interesse nei confronti di un prigioniero in particolare... non aveva nessunissima voglia di raccontare la sua storia e soprattutto non a colui che la stava squadrando in quel modo che le metteva i brividi
- Ma perché limitarsi ad assistere, My Lady? Se il vostro sangue è puro, come richiede la nostra occupazione, potrete prendere parte voi stessa alla tortura, e sfogare la rabbia che così evidentemente provate...
- Non potrei desiderare di meglio...- poi Enja si girò verso Rodolphus - sempre che qualcuno si prenda la briga di fermarmi la mano nel caso in cui io stia andando oltre.-
- Ma mia cara, non dovete temere per questo...Il controllo è qualità necessaria ad ogni Inquisitore.
Il destino di quel prigioniero è già stato segnato, e il nostro compito è di strappargli quante più informazioni possiamo prima di ucciderlo. Venite pure nel giorno in cui è previsto il suo interrogatorio e vi garantisco che potrete fare ciò che volete. Sarò io a fermarvi a tempo debito...L'unica condizione è che siate sola, e che ascolterete ciò che vi dico. Non posso rischiare che venga ucciso prima di aver rivelato tutto ciò che sa.-
Da sola? Con quell'uomo e Bellatrix Black? Enja ebbe un momento di esitazione... ma poi ricordandosi di suo padre non ebbe più dubbi, avrebbe rischiato.
Accettò la proposa dell'inquisitore... chiedendogli di farle sapere al più presto la data del processo.
- Naturalmente My Lady. Potete stare sicura che sarà un'esperienza alquanto interessante...Vediamo, l'udienza è fissata tra qualche giorno, e no Rodolphus tu non sei ammesso..Lasciamo che la signorina si sfoghi in libertà - concluse Rookwood accompagnando alla porta Enja e il suo cavaliere.
Walden era in ritardo...e il prigioniero del giorno attendeva, meglio sbrigarsi.
Bellatrix osservava la donna accanto al suo ex marito con puro odio. Non l'avrebbe passata liscia di certo...nessuna poteva avvicinarsi al suo ex marito, solo lei! Di certo era un atteggiamento egoistico, ma d'altronde cosa ci si può aspettare dall'egoismo in persona? La ragazza sembrò accorgersene...bene bene...con lo sguardo Bellatrix desiderava piegarla meglio di un crucio...ma notò che c'era qualcos'altro a tormentare la ragazza, qualcosa che ingorava...ma da Augustus sentì che la voleva tra gli Inquisitori...che cosa? Persa nei suoi pensieri, non aveva sentito il discorso tra Augustus e la giovane, solo che voleva torturare un certo prigioniero. Poi sentì una cosa che l'allietò molto, cioè che poteva torturarlo solo se restava da sola con lei...la ragazza allora cominciò a fissare Bella con terrore, e strinse ancora di più a sè Rodolphus. L’uomo la fissava, temendo il peggio. Bellatrix sorrise divertita, con quell'espressione caratteristica di chi ha in mente un piano diabolico. La ragazza sembrava terrorizzata, tanto che le venne da pensare chi sarebbe stato peggio fra il prigioniero e lei stessa...
Lo sguardo che le lanciò Bellatrix non prometteva niente di buono ma non inquietò Enja, Controllando alla perfezione ciò che poteva lasciar trasprire... decise di far sembrare di essere completamente terrorizzata dalla presenza della donna... mentre tra se pensava “Ormai ho detto che ci sarò... se non vengo sarò catalogata come traditrice e dovrò subire le ire di quella donna fino alla morte... mentre se mi presento posso sperare di non essere toccata... dopotutto Rookwood non permetterà che un inuisitore torturi una persona senza il permesso del Signore Oscuro”.
Rodolphus afferrò il braccio di Enja e la trascinò fuori dalla prigione. Camminava così veloce e con furia che più volte la fece scontrare con le mura di pietra dei tetri corridoi. Uscirono alla luce e fermo nel cortile antistante la Cuspide l'uomo respirò grato l'aria pura di quella fredda mattina. Enja non aveva bisogno di chiedergli se era alterato: gli occhi sbarrati che sfuggivano lo sguardo interrogativo di lei e le mani strette a pugno lo testimoniavano a sufficienza:
- Ma dico... oh dèi... devi essere impazzita: hai accettato di tornare sola in quel luogo di morte! Io sono abituato ad avere a che fare con quei fanatici privi di classe e remore, ne avevo sposata una perfino... ma tu non hai idea del rischio che corri. Dovevi rifiutarti di andarci da sola, non ce n'è motivo, potevi insistere che io ti accompagnassi! E ora... ora come dovrei comportarmi? Ti ho offerto il mio aiuto e in cambio tu brami solo la vendetta e mi escludi. Come dovrei comportarmi?-
Gli occhi addolorati di lei estinsero solo in parte il suo malumore: piccola impudente ragazza... prima lo rifiuta, poi si abbranca al suo braccio chiedendo aiuto per la sua vendetta, e infine lo esclude senza ripensamenti... però forse... se rifletteva comprendeva l'ansia di sangue di lei, poteva perdonarla, sempre se lei si fosse mostrata dolce e arrendevole:
- E va bene... potrei accompagnarti rimanendo in disparte, in fin dei conti conosco vari passaggi segreti della Cuspide, nessuno mi vedrebbe ma tu sapresti che sono lì, vicino a te... a meno che tu non voglia restare apposta da sola con Rokwoood -
E la guardò sornione ma anche indagatore...
Enja guardò Rodolphus... cioè... lei stare da sola con Rookwood e Bellatrix apposta... ma era impazzito? Va bene pazza ma non fino a quel punto...
Prese fiato e poi rispose - Hai ragione... avrei dovuto rifiutare, ma non ci sono riuscita. Ho pensato solo a vendicare mio padre e non a quello che sarebbe potuto accadere lì dentro. Sono solo una sciocca... ti prego stammi vicino.-
Poi sperando di avere utilizzato le parole giuste e di non aver fatto adirare ancora di più il mago attese una sua risposta.
-Va bene... credo che siamo entrambi scossi, se me lo consenti ti accompagno a casa, in fin dei conti sono un vero cavaliere! -
Rodolphus era stanco, deluso dagli ultimi avvenimenti e sinceramente in pensiero per la giovane. Le prese la mano, ancor prima di sapere la risposta, ma le sorrise innocente sperando di non essere nuovamente respinto.
-Va bene... allora... questa volta sono io che devo accompagnarti... tieniti-
Dopo pochissimi istanti il mago e la strega si ritrovarono davanti al portone di Diagon alley numero 5.
Casa Sautin
Appena arrivata davanti al portone, Enja chiese a Rodolphus se voleva entrare in casa, avvertendolo però che probabilmente sarebbe stato vittima delle domande di sua madre, a meno che lei non fosse riuscita a rinchiuderla in qualche modo nei suoi appartamenti.
Aspettò una risposta sperando che il mago accettasse l'invito nonostante la presenza materna a rovinare, e non poco, l'atmosfera.
-Oh... non so... tua madre dici… va bene, entriamo pure. -
Per fortuna Enja non poteva leggergli il pensiero, altrimenti avrebbe percepito lo sgomento di Rodolphus nel sapere che avrebbe incontrato la madre della ragazza. Se lo ricordava molto bene com'era finita l'ultima volta che aveva conosciuto i genitori di una sua fiamma... l'aveva sposata!! Era un Mangiamorte valoroso, usava morte e violenza senza remore... ma entrò nella casa un certo batticuore e un desiderio intenso di darsela a gambe!
- Vieni, non ti preoccupare... mia madre non morde. - Enja aprì il portone di casa e appena entrata schioccò le dita ed ecco apparve un elfo domestico - Aza... comunica a mia madre che sono tornata ma che preferirei non essere disturbata. Non accennare alla presenza di ospiti... poi scendi nelle cucine e prepara un the per me e - si girò verso Rodolphus - Rodolphus desideri qualcosa da bere o da mangiare?- si rivolse nuovamente all'elfo - Se dovesse cercarmi qualcuno... sono impegnata in faccende della massima urgenza. Ora puoi andare, e ricorda di non dire della presenza di un ospite in questa casa a mia madre... sai come diventa...e se cerca di decapitarti come l'ultima volta... vattene immediatamente. Ah, un'ultima cosa... qualunque cosa il mio ospite ti chieda di fare è come se fosse unmio ordine. -
Rodolphus si sentì il solito campanellino d'allarme risuonare nella mente: che ordine avventato aveva dato quella sciocchina all'elfo! Certo... un'adorabile sciocchina che aveva appena commesso un errore molto utile: consegnando il mantello all'elfa fece ben attenzione che la ragazza non se ne accorgesse e matrerializzò tra le mani dell'esserino bitorzoluto una pergamena firmata nella quale ordinava all'elfa di comunicargli senza indugio qualsiasi visita ricevuta da Enja, soprattutto se si trattava di uomini! Poi si fece indicare una poltrona davanti al camino sulla quale accomodarsi.
Enja si sedette su una poltrona di fronte a Rodolphus... stava per iniziare a parlare quando si sentì una voce. - Enja sei tornata? Stai bene? Hai bisogno di qualcosa? C'è qualcuno con te?-
I pensieri della ragazza furono “Se ti ho mandato un elfo a dirti che ero tornata è perchè sono in casa no? Se ho bisogno di qualcosa ci sono gli elfi. Ammazzo Aza... come fa mia madre a pensare che ci sia qualcuno...". Non fece in tempo a rispondere che la porta si aprì e dietro all'elfo domestico che portava il the arrivò la signora Irina, che guardò con sguardo investigatore prima Rodolphus e poi sua figlia.
Il mago impallidì come davanti a un fantasma inaspettato e con la fama di essere maligno, afferrò convulso i braccioli della poltrona e inghiottì a vuoto alcuni secondi. No, non si poteva lanciare dalla finestra... poco signorile, scappare dalla porta manco a parlarne perchè la matrona ne occupava una buona parte, la polvere volante l'aveva dimenticata e il camino era ingombro di alari e parafuoco... si rassegnò e alzandosi come se fosse stato impalato si inchinò rigidamente biascicando qualche parola di saluto.
Enja fece un sorriso divertita, non era elegante mettersi proprio a ridere.
Visto il silenzio imbarazzante che era sceso sulla sala all'entrata della madre nella sala, rivolse prima all'elfo domestico un'occhiata che fece subito capire alla creatura che dopo l'aspettava una punizione, poi con naturalezza, a dire la verità con imbarazzo molto ben celato, presentò Rodolphus alla madre. -Madre, questo è lord Lestrange, ha gentilmente accettato di accompagnarmi a casa dopo la serata; Rodolphus, questa è mia madre, Irina Sautin.-
Irina guardò accigliata la figlia, dopo di ciò si sedette sulla poltrona che prima era occupata dalla ragazza in modo da trovarsi direttamente di fronte all'uomo che non riusciva a nascondere un certo imbarazzo. Poi iniziò l'interrogatorio - Buongiorno... sono almeno momentaneamente lieta di conoscerla... però prima di dare un giudizio definitivo su di lei vorrei farle alcune domande ,se non le dispiace -
Enja tentò di intervenire dicendo che ormai era tardi e che forse sarebbe stato meglio riprendere la discussione in un altro momento, ma la madre fu irremovibile... - Se aveva tempo per parlare con te, lo avrà anche per rispondere a qualche domanda. Bene mia figlia ha detto che lei fa parte della celebre famiglia Lestrange e a me viene da chiederle... perchè un uomo di una famiglia così altolocata decide di accompagnare a casa una ragazza pressochè sconosciuta, incontrata per sbaglio durante un ricevimento?-
Rodolphus cominciò a chiedersi se simulare uno svenimento fosse una buona scusa per sgatttaiolare da lì: un guaritore chiamato d'urgenza, un paio di giorni al San Mungo... sciocchezzuole di poco conto davanti all'alternativa! Ma si ricordò appena in tempo di essere un Mangiamorte e no! Non sarebbe fuggito davanti al pericolo! Anche se una quindicina di Auror sarebbero stati un'alternativa gradevole.
-My lady… non trovo affatto strano il mio desiderio di scortare la piccola Enja a casa: la festa in maschera si è rivelata densa di insidie ed era un mio preciso dovere aiutare una fanciulla così gentile e bella! -
- Densa di insidie? Si spieghi meglio... Vuole forse dire che mia figlia durante quel ricevimento ha corso dei rischi? -
Enja cercò di parlare in difesa di Rodolphus ma fu subito zittita dallo sguardo furente della madre che continuò - Mi avevano detto che i ricevimenti di Malfoy manor erano i più eleganti della nazione e che a questi ricevimenti partecipavano solo le migliori famiglie d'Inghilterra... perchè allora mia figlia si è trovata in pericolo al punto tale da dover essere riaccompagnata a casa?-
Oh ma bene! Dalla padella alla brace... però, riflettendoci meglio avrebbe potuto anche utilizzare lo straniero per gettare un po' di fumo negli occhi e trovare anche la scusa buona per fuggire da quella situazione poco gradevole... gli dispiaceva per Enja, ma forse l'elfa sarebbe stata ancora utile, doveva pensarci. Sempre che nel frattempo non venisse decapitata!
- Le assicuro my lady che non bisogna certo imputare la colpa a Lord Malfoy o a qualcuno degli abituali frequentatori della sua magione... purtroppo un infiltrato, uno straniero dalla testa calda, ha causato problemi non indifferenti, è stato arrestato e credo anzi che sia mio preciso dovere fargli visita per controllare che la reclusione proceda nel migliore... dei modi. In fin dei conti sono il referente del Ministero! -
E con querste lapidarie parole che certo avrebbero impressionato la matrona salutò compunto e fece cenno a Enja di accompagnarlo alla porta, qui si congedò con un sorriso e una carezza su quelle gote pallide che era diventata per lui una piacevole abitudine.
Enja fu felice del fatto che Rodolphus fosse riuscito a liberarsi dalla presa stile cobra della madre... anche se ben sapeva che ora sarebbe stato il suo turno e pensandoci ritenne che fare un altro giretto alla cuspide non fosse poi tanto male... Accompagnò alla porta il suo ospite e lo salutò chiedendogli scusa per il comportamento poco ospitale della madre e, dopo aver ricevuto la raccomandazione di non decapitare la sua elfa, andò verso il suo triste destino: una lunghissima chiacchierata con la madre che si sarebbe volentieri risparmiata... anche se, dopo tutte le emozioni della sera precedente, la madre forse avrebbe concesso alla sua bambina di andare a riposarsi un pochino. Doveva recitare molto bene il ruolo della vittima.
Arquise
wrote at 15:15
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domenica, 06 gennaio 2008

Arrivato sul pianerottolo della vecchia casa in stile inglese, Cedric Willingham estrasse l'orologio da tasca e l'osservò. Era in ritardo di tre quarti d'ora. Sorrise prima di Smaterializzarsi nel salone d'ingresso. Si era fatto un poco prendere la mano...
La cameriera di sua moglie zampettò verso di lui con la sua curiosa andatura a passettini, letteralmente terrorizzata. - Padrone - prendendogli il mantello lo salutò con un filo di voce, ma il suo sguardo voleva semmai essere un rimprovero: Non potreste almeno cercare di arrivare in orario? Almeno una volta?
Cedric la ignorò senza batter ciglio. Quella di voler tenere in casa una cameriera Magonò era una stranezza della moglie, che ci era stata abituata in famiglia. Famiglia strana, la sua, piena di abitudini bizzarre. Lui proveniva da un casato di purissimo sangue inglese e tenere persone come servitù gli sembrava un'assurdità; si trovava molto più a suo agio con il suo piccolo esercito di elfi domestici.
Stante il già mostruoso ritardo, il mago ritenne saggio non indugiare oltre e si diresse verso la sala da pranzo sistemandosi la giacca. Sorrise constatando che come sempre era impeccabile, e nessuno avrebbe immaginato che tornava in quel momento dal Café Bathory.
Entrato nella sala si fermò. Il tavolo era apparecchiato, ma la stanza era vuota. Stava già per salire al piano di sopra, quando sentì sulle scale un rumore di tacchi, e decise allora di accomodarsi al suo posto ed aspettare.
- Servi la prima portata - disse con un cenno alla cameriera, la quale ne approfittò per fuggire con grande sollievo.
Cecily Willingham entrò nella stanza e divorò lo spazio tra la porta e la sua sedia in due falcate. Come sempre, quando era arrabbiata e voleva fargli capire ciò che si sarebbe perso, aveva fatto in modo di rendersi attraente: indossava il vestito da sera di velluto nero e i tacchi, il che, abbinato all'assenza di trucco, ai lunghi capelli sciolti e ai suoi movimenti scattanti e nervosi, la rendeva affascinante e temibile.
La donna si sedette senza dire parola e accavallò le gambe di lato, di modo che lui potesse vederle sporgere da sotto il tavolo. Attese un poco, quindi chiese congiungendo la punta delle dita: - Allora? Questo ritardo? -
- Sono stato impegnato. -
Cecily serrò le labbra. - Con chi? -
- Lord De... -
- Con quale sgualdrinella, intendevo dire. -
Cedric sorrise. - Mi offendi, Cecily. -
- Io ti offendo? - La donna scattò facendo sbattere all'indietro la sedia. - Ti ho aspettato tre quarti d'ora. Che significa? Hai forse bisogno di così tanto tempo? Con l'età stai perdendo colpi? -
- Non mi sembra che tu personalmente abbia da lamentarti - osservò Cedric giocherellando con una forchetta.
- Perchè non ci presto attenzione, mio caro! Penso ad altro! Penso a come vestirmi il giorno dopo! -
Lord Willingham scoppiò a ridere. Cecily fece lo stesso, ma con scherno. - Cena da solo, Lord Cedric. Io ho preso un impegno... ero convinta non arrivassi più. Buona cena. - e si diresse verso la porta.
- Cecily - la chiamò lui.
- Non aspettarmi che per domattina - gli urlò lei, allontanandosi senza girarsi. Si diresse verso la porta chiamando la cameriera: - Gwenelle! Il cappotto! -
La camerierina francese le corse incontro con il cappotto blu notte, gettando al padrone uno sguardo accusatorio.
Cedric attese di sentire la porta sbattere, poi sospirò, inarcando un sopracciglio. Adorava farla arrabbiare, adorava prendersi le libertà che la facevano arrabbiare, ma odiava quando arrivava il turno di lei.
- Molto bene - disse tra sé. - Gwenelle, riscalda questa minestra, si è raffreddata. -
Arquise
wrote at 11:45
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mercoledì, 02 gennaio 2008
Evangeline giunge a Hogwarts
Severus Piton lasciò correre lo sguardo per la stanza: quanto era cambiata, da quando aveva sostituito Albus Silente! Aveva deciso di non spostare la presidenza di lì più per comodità pratica che per desiderio di occupare anche fisicamente, oltre che come ruolo, gli spazi lasciati vuoti dalla morte del grande mago buono che tutti avevano pianto.
Severus si guardò le mani. Mani bianche, delicate, eleganti come solo le mani di un raffinato pozionista potevano essere... E le mani di un assassino. Gli era dispiaciuto, uccidere Silente, non poteva negarlo; gli era dispiaciuto perchè il ragazzino escluso e maltrattato che ancora dormiva da qualche parte in lui aveva sempre visto in Silente l'unica difesa mai esistita. Ma era finita lì, con un poco di umano dispiacere... Niente sensi di colpa, niente rimpianti, niente drammi: uccidere Albus Silente era necessario, e proprio per questo aveva portato a termine il compito che Draco, ancora troppo giovane ed inesperto, era stato sul punto di lasciare a metà.
E adesso lui, proprio lui, il professore più odiato della scuola, era il Preside! Ma lo studio che era stato di Silente era cambiato, inesorabilmente e senza possibilità di ritorno. Aveva assunto lo stile del nuovo proprietario: sobrio, asciutto, spartano, più che essenziale... E tanto, tanto buio. Non la sopportava, la luce, non l'aveva mai sopportata! Gli offendeva la pelle, feriva i suoi occhi, e aveva sempre mostrato a tutti quanto lui fosse diverso dagli altri. Al contrario le tenebre erano il suo habitat, ciò cui non avrebbe mai potuto rinunciare... Ragion per cui lo studio nella torre somigliava ora alla più oscura delle segrete.
Un bussare delicato alla porta interruppe il flusso dei suoi pensieri.
- Avanti! - Scontroso, sbrigativo e glaciale: proprio come lo ricordavo...
- Buon pomeriggio, Preside. Avevamo un appuntamento... Sono Evangeline MacAllister –
Severus Piton le strinse la mano, sorpreso di come la ragazza non fosse affatto cambiata durante gli anni trascorsi da quando aveva finito la scuola. Sembrava solo...indurita: tratti più marcati, stretta di mano più vigorosa, sguardo più freddo. E sempre quei vestiti neri, a far risaltare senza pietà il bianco spettrale della sua pelle.
- Mi ricordo di lei, signorina. Soltanto O in pozioni, se non erro.- Gli occhi di Evangeline si strinsero, e le labbra, serrate, si fecero ancor più chiare.
- Spero non influirà sull'esito della mia proposta -.
Piton la guardò freddamente, irritato dal tono di voce della ragazza e al tempo stesso stupito che osasse tanto: nessuno mai, men che meno i suoi vecchi allievi, aveva rischiato tanto a parlargli in quel modo!
- Sta a me decidere, signorina MacAllister. Una decisione in cui lei non avrà la minima parte -. Evangeline accavallò le gambe e si protese verso la scrivania, con tutta la decisione che possedeva.
- Io scommetto di sì, invece. Perchè sono qui con un obiettivo, professore... Un obiettivo talmente sensato e conveniente per tutti, che difficilmente potrà rifiutare.-
Il mago la fissò attraverso l'oscurità, sempre più stupito da quella tanto ostentata sicurezza: cosa le dava il coraggio di rivolgersi così a lui?
- Sono convinto del contrario. Ma dal momento che ormai è qui parli, l'ascolto -.
La ragazza inspirò, raccogliendo la calma: voleva quel lavoro, e l'avrebbe ottenuto ad ogni costo.
- Se ha ricevuto il mio gufo, saprà che ho trascorso gli ultimi anni in viaggio per l'Europa per approfondire le Arti Oscure e specializzarmi in esse...-
- Sì, ho visto. E allora? -
- So che il figlio di Ronald Weasley ed Hermione Granger è qui ad Hogwarts, in mano sua, Preside. -
- E anche questo è vero. Dove vuole arrivare? Mi sto spazientendo. -
- Il giovane Weasley avrà bisogno di una formazione magica di primo livello, naturalmente, ma dubito sarebbe una buona idea lasciargli frequentare le lezioni, a parte ora che è troppo piccolo nemmeno in futuro... L'ideale, a mio parere, sarebbe affiancargli un'istitutrice, qualcuno che possa indirizzare le sue capacità magiche nella giusta direzione... –
Imperscrutabile, Severus Piton rimase un istante in silenzio. Quindi si alzò, andando ad appoggiarsi all'altro lato della scrivania proprio di fronte ad Evangeline. Fissò i propri occhi in quelli della ragazza, e lei non tentò neppure di sottrarsi a quel contatto.
- Mi sta dicendo, signorina MacAllister... Che si propone per il ruolo? -
- Precisamente, professore. Pochi, in Inghilterra, hanno ora come ora il mio livello di preparazione in materia -.
Il mago riflettè a lungo, cercando un modo per negarle il posto, ma fu costretto ad ammettere che ogni argomento portato dalla ragazza era estremamente ragionevole. Tornò a sedere, e le rivolse una strana smorfia.
- Lei è arrogante e piena di sè, assolutamente convinta della sua superiorità... D'accordo, signorina MacAllister, provi ad istruire il piccolo Weasley. Ma si ricordi: non un errore, o perderà molto più di un semplice posto di lavoro -.
Hermione Granger conosceva bene l'infelicità. Tutti coloro che amava erano morti, tutto ciò in cui credeva si era disintegrato, e lei era sola. Sola e disperata, prigioniera senza neanche il conforto dell'integrità morale. Si era piegata al male, aveva lasciato che la circuisse e ora ne pagava il prezzo. Ronald era morto, Harry era caduto con uno sguardo stupito ancora negli occhi, come se non potesse credere al suo fallimento, e lei....
Lei era rimasta indietro, lei aveva pensato a proteggere la creatura che portava in grembo. Non avrebbe mai potuto espiare quella colpa, tanto che non le restava che scivolare sempre più nell'automatismo.
Suo figlio, Arthur, con i capelli rossi dei Weasley e gli occhi dei Granger, era destinato a infangare il nome di suo padre. Volevano istruirlo, affinché diventasse un Mago oscuro, e lei non poteva fare nulla per impedirlo. Essere riconoscente a Severus, dovere ringraziare lui per essere ancora in vita....
Col tempo Hermione si era resa conto che Severus non aveva agito in nome di un attaccamento nei suoi confronti, ma solo perché la voleva ad Hogwarts. Per lui lei era solo un'ottima allieva e una promettente insegnante, e la sua missione era preservare l'ingegno.
Hogwarts era fiorita sotto le sue abili mani, Hermione doveva riconoscerlo. Aveva combattuto strenuamente perché lei diventasse insegnante e capo di Grifondoro e perché si insegnasse ai rampollli purosangue il valore della cultura babbana. C'erano corsi d'arte e letteratura, e materie inutili come Divinazione e storia della magia erano state eliminate...
Doveva riconoscerlo: Severus era un ottimo preside, per quanto possibile, e lei aveva fallito. Non poteva odiarlo, non finché avesse salvaguardato la vita di Arthur.
Sperava solo che quella donna glaciale dai capelli bianchi che aveva intravisto nei pressi dell'ufficio di Severus non avesse nulla a che fare con suo figlio...
Evangeline era appena entrata nelle sue stanze, e giusto il tempo di posare i bagagli era stata costretta a correre nello studio di Severus Piton. Bussò, indispettita di non aver potuto fare ordine tra le sue cose, ed entrò senza attendere risposta.
- Mi ha fatto chiamare, Preside? - Quello appena usato da Evangeline era giusto un eufemismo: un gufo che, recapitato il proprio messaggio, non smette di beccare la porta finché il destinatario non si decide ad uscire era ben più di un semplice invito…
- Evidentemente sì -. Bevve un lungo sorso dalla tazza che reggeva tra le mani, senza offrirne, ma Evangeline conosceva quell’uomo da abbastanza tempo per sapere che preferiva ignorare la natura della bevanda. - Pare che ieri sera la sua presenza alla festa abbia determinato un po’ di movimento… Come sta il suo amico, signorina McAllister? La Cuspide Cremisi è di suo gradimento che lei sappia? -
La ragazza sentì la rabbia salire, e si conficcò con forza le unghie nel palmo della mano. Sii diplomatica… Ignora le provocazioni… la voce di sua nonna, mentore e guida della sua adolescenza, risuonò in lei abbastanza forte da farla sussultare. - Dal momento che non è mio amico, spero mi sia concesso di ignorare come stia…-
Severus Piton si consentì un sorriso sarcastico. - Mi era parso di capire diversamente. Ad ogni modo, meglio così -, troncò brusco, tornando a sedersi e facendo scomparire la tazza. Estrasse dal mantello un orologio da taschino. - Dovrebbe essere qui a momenti -.
Dietro il suo sguardo gelido e imperturbabile, Evangeline si stava domandando di chi parlasse Piton: ma nemmeno per tutto l’oro del mondo si sarebbe abbassata a chiedergli spiegazioni… Sapeva aspettare, e avrebbe messo a frutto la propria pazienza. Dopo – effettivamente – pochi minuti qualcuno bussò alla porta, e il rumore sordo del legno percosso fece tremare l’aria immobile nella stanza.
- Avanti! - Entrò una donna dall’aspetto stanco, che portava in fondo agli occhi il segno indelebile di molti dolori, ed Evangeline non riconobbe subito in essa Hermione Granger. Fredda come sempre, si rivolse con movimento calcolato a Severus Piton, quasi aspettando che lui risolvesse quello stallo… Perché non appena Hermione l’aveva vista si era bloccata, del tutto immobile, ed Evangeline avrebbe dato qualsiasi cosa pur di sapere cosa stesse pensando la ragazza.
- Questa è Evangeline McAllister, signorina Granger -, Piton provava sempre un sottile piacere nel chiamarla con il suo nome da ragazza, ignorando il legame con Ronald Weasley, - Da oggi si occuperà dell’istruzione di Arthur Jr. Ho preferito avvertirla, onde evitare spiacevoli scenate qualora l’avesse scoperto da sé. Ora può andare -.
Evangeline si compiacque del tono distaccato del Preside, mentre Hermione se ne andava, lo sguardo fisso davanti a sé, evidentemente sconvolta. E non poté esimersi dal suo solito, spesso odioso, sarcasmo.
- Partecipare a questo teatrino è stato davvero esaltante, professor Piton…-
- Mi auguro che il suo ruolo nell’educazione del bambino sia più attivo di quanto abbia fatto con la madre, signorina. Non dimentichi mai il nostro patto -.
Non poteva essere! Non quella Maga oscura, non quella donna bianca e fredda come ghiaccio! Non poteva lasciarle mettere le mani sul suo bambino...
Il sarcasmo supponente di Severus, le sua malefiche parole stillanti disprezzo non ferivano più Hermione. Il suo cuore era ormai spento, incenerito, e tuttavia quell'insulto costante, quel Signorina Granger, quando lei era da tempo la Signora Weasley, la feriva atrocemente.
Tutto, tutto avrebbe sopportato, ma non le mani di una donna così glaciale sull'unica luce della sua vita. Gli avrebbe plagiato la mente, l'avrebbe reso un abietto Serpeverde, e lui l'avrebbe disprezzata. Arthur, disprezzarla! Hermione sentì il cuore stringersi e, entrando in classe, gli alunni si accorsero che era ancora più triste e assente del solito. Le sue lezioni erano impeccabili, ma sembrava che a tenerle fosse un fantasma...
Delfine
wrote at 16:56
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lunedì, 31 dicembre 2007
L’ispezione al Bathory
Walden McNair si era svegliato piuttosto tardi, ed era ancora infastidito, mentre ripensava alla serata al Malfoy Manor. Quanto scompiglio! E poi un ordine dell'Oscuro Signore che non gli era piaciuto molto...e questo accadeva raramente. Voleva che controllasse Samira? E in che senso? Quella donna non gli piaceva per nulla e vedeva dietro quella richiesta un disegno ancora poco chiaro. Tuttavia, decise di darsi da fare per accontentare il suo padrone, e si vestì per un secondo giorno di seguito in modo più elaborato del normale...Che tortura, quegli abiti attillati e stretti, da levare il respiro e ridurre i movimenti. Ma andava fatto, e così Walden finì a ritrovarsi a Diagon Alley. L'abbigliamento era sempre spartano, ma appropriato: indossava una giacca verde muschio e una camicia col collo slacciato. Sul polso, coperto da un guanto di pelle, riposava un magnifico falco, con il cappuccio sugli occhi. Amava quella creatura più di qualsiasi altra cosa...Era leale, coraggiosa, forte e selvaggia...come lui, in fondo. I capelli scuri ravvivati dal pettine, e gli occhi cerchiati, la sua apparizione al Café Bathory suscitò un certo clamore.
Studiarla nel suo territorio, si disse Walden, devo capire chi è questa donna...
Una giovane cameriera dai corti capelli castani e la divisa rossa del Bathory lo raggiunse immediatamente, e lo fece accomodare ad un tavolo. Walden notò con disapprovazione la clientela eterogenea del locale, e la presenza di un Mezzogigante che lo fissava con malcelato odio in un angolo, ma non si fece distrarre.
Ordinò una caraffa di té bollente, e carne fresca per il suo falco. Samira non si vedeva ancora...
Samira si svegliò dolcemente, quasi accarezzata dalla voce bassa e roca di Grigor. Vide il mezzogigante stagliarsi sulla soglia della camera blu, la suite che lei prediligeva, mentre il giovane con il quale aveva passato le ultime ore della notte passata si era già dileguato con la velocità di un sorcio all'apparire dell'energumeno che serviva la sua padrona con impetuosa fedeltà. Samira si stiracchiò languida come una gatta e, completamente nuda, si alzò per lavarsi il viso con l'acqua della brocca di porcellana:
- Buongiorno Grigor... come mai sei venuto a svegliarmi? Non sono ancora le 10...-
- Padrona, l'ho dovuto fare: al café è seduto un uomo che credo possa interessarle, anche se non credo... ecco... non fa per te, mia signora!-
Non vi erano segreti fra lei e l'uomo, era l'unico essere al mondo con cui Samira parlasse apertamente, senza sciocche ipocrisie. Conosceva ogni suo pensiero, ogni sogno... e ogni depravazione. Nemmeno l'adorato padre aveva saputo schiuderle così profondamente il cuore, mantenendo lui stesso un'ombra densa e cupa su attività alle quali spesso si dedicava all'insaputa della figlia che lo guardava uscire senza spiegazioni. Grigori, era sempre con lei, anche nei momenti più intimi per proteggerla dai rari clienti che avevano l'onore di sperimentare di persona le doti inestimabili di un'abile e scaltra tenutaria. Non ogni notte, certo, e non con chiunque la desiderasse e sempre mantenendo segreti i suoi incontri, ma a volte Samira accettava di prendere il posto delle sue prostitute ogni qualvolta arrivasse un cliente speciale.
- Di chi stai parlando? Chi c'è nel salottino? -
- McNair mia signora...-
L'espressione dell'uomo tradì disprezzo e odio... riteneva Walden indegno dell'ardore che la sua padrona dimostrava.
-Oh... che piacevole novità... vengo subito-
Si vestì velocemente sotto gli occhi del suo servo, con una lunga gonna frusciante di taffetà e un corpino di pizzo nero, abbastanza sobria, ma ritenne che non era il caso di essere tropo seducente già di prima mattina.
Era vero: McNair era seduto a un tavolo e sul suo braccio era posato un falco. Un falco... Samira adorava quei volatili alteri, possedevano grazia e potenza, erano rapaci come lei che strappava impudica alla vita piaceri e occasioni... senza contare il fatto che il cognome di sua madre in turco significava proprio "falco". Si avvicinò al tavolo apprezzando l'aspetto sensuale di lui, incrociò le braccia sul seno e attese che lui la salutasse.
Eccola...sensuale come sempre, con i capelli ribelli e trattenuti a stento da un fermaglio di cuoio. Cuoio e pizzo, pensò Walden, un contrasto degno di nota.
Consapevole di aver peccato di maleducazione la sera prima, le rivolse per primo la parola, anche se il suo tono era sempre brusco...
- Buongiorno, Lady Orion.-
-Buongiorno... mi stupisce che oggi lei si ricordi di me, e del mio nome... ho avuto l'impressione che la notte appena passata lei non si ricordasse nemmeno chi ero, da dove venivo... e soprattutto il mio nome. L'ho vista annaspare sa?-
Samira increspò le labbra indispettita... se solo avesse saputo quanto era vicina al vero...
Grigori li fissava da lontano con sguardo corrucciato e Walden si dipinse sul volto una smorfia imbronciata. Non aveva tempo per combattere contro le volontà di un Mezzogigante…ma doveva conquistarsi la fiducia di Samira per scoprirne i segreti...
- Ieri sera sono stato costretto a lasciarla bruscamente...di certo suo padre le avrà spiegato che quando l'Oscuro chiama, noi accorriamo! Me ne scuso, ma voi che trovate così fastidiosi i vezzi dell'aristocrazia non dovreste adombrarvene...Riguardo al vostro nome, dovete riconoscere che è così inusuale che la titubanza è quantomeno comprensibile... Questo è il vostro locale, non è così? Allora, perché non vi sedete con me, e lasciate che l'incidente di ieri sera venga dimenticato? -
-Ah, sul fatto che è assolutamente necessario che io mi sieda con voi non c'è dubbio... infatti non sapevo che mio padre, come dice lei... accorre al richiamo del Lord. Vede... mi sono stupita di vederlo accanto a voi Mangiamorte, come vede qui sono la padrona... ma qualcosa mi sfugge...-
Samira esagerava parlando del padre, anche se non completamente visto che, se la lealtà all'Oscuro Signore era cosa risaputa, meno scontato era il marchio nero che, a quanto pare, ornava il braccio di Orion. Certo era un argomento neutro da intavolare con Walden, qualcosa che non fosse la bramosia di lei e il fatto che fino a quel momento lui l'aveva evitata.
- Lord Orion avrà i suoi motivi per non tenervi al corrente...e d'altra parte si dice che voi stessa gli nascondiate molto. Sembra che lo stesso Signore Oscuro l'abbia avvisato di stare pù attento a voi, e a coloro cui concedete sete invece di polvere!- Dopo quell'ultima stoccata Walden si ritenne soddisfatto, e si versò tranquillamente da bere.
Walden non avrebbe potuto dire nulla di più terrificante, e probabilmente non ne era nemmeno consapevole! Il cambiamento di Samira fu evidente: impallidì e le labbra si strinsero ancor di più, per non parlare delle mani che cominciarono a tremare convulse. Il Lord sapeva... l'essere semidivino che popolava gli incubi della donna era al corrente delle sue malefatte. Samira accoglieva nelle alcove del suo locale anche numerosi mezzosangue, e persino qualche mago che era in odore di tradimento... pagavano profumatamente per soddisfare desideri perversi e osceni, e Samira non era riuscita a rifiutare l'oro che cadeva in cascate scintillanti dalle loro mani sporche... se il Lord aveva qualche prova... oh, il suo terrore era inciso in quegli occhi sgranati e Walden se ne accorse
- Tutto bene, Lady Orion? - disse Walden, stupito da quell'improvvisa manifestazione di debolezza. La sorresse, sollecito, e la fece accomodare su una sedia, visto che la donna sembrava sul punto di svenire.
- Non volevo sconvolgervi...vi prego di calmarvi. Sono solo parole udite per caso...-
Speranza... e anche la sensazione conturbante del contatto con Walden diedero nuove forze a Samira, ma anche la certezza che doveva portare l'uomo il più lontano possibile dal café, vi erano troppi avventori che spesso la sera tornavano in cerca di conforto femminile... o maschile vista l'assoluta imparzialità del locale in fatto di gusti sessuali, provò con una scusa banale:
- Io... credo che la nottata trascorsa al ballo mi abbia indebolito ... vorrebbe essere così gentile da accompagnarmi a fare una passeggiata per Diagon Alley? Sono certa che l'aria fresca mi aiuterà...- e appoggiò le dita affusolate sul braccio di Walden, mentre il falco agitava impaziente le ali.
Una passeggiata? Non era esattamente quello che Walden aveva in mente, visto che avrebbe voluto capire meglio cosa accadeva in quel luogo ambiguo, ma fece buon viso a cattivo gioco e guidò Samira fuori dal locale...
La vista dell'uomo e della donna che uscivano dal café Bathory suscitò un certo scalpore...Walden e Samira, il boia e la maitresse...quasi una coppia da romanzo. Walden stava diventando impaziente, ma si adattò, facendo mostra di trovare interessante il consueto passeggio nella via.
Nevicava, fiocchi si soffermarono sulla chioma scura di Samira e sulle spalle larghe di Walden.
- Devo ammettere di essermi stupita vedendola nel mio café, è stata la prima volta... ne sono contenta. - Non riuscì a dire altro la povera Samira, sensazioni contrastanti le si aggrovigliavano in gola, paura per la reazione del Lord, il desiderio di piacere a Walden, e il piacere di essergli vicino, era veramente un uomo virile... come celare i pensieri birichini che l'animavano vedendo le mani robuste e vissute dell'uomo?
Walden liberò il suo falco, che volò tra alte strida verso il cielo innevato, e si dedicò al compito che gli appariva più arduo di un'esecuzione...sedurre Samira.
- Ditemi, Samira, dove avete vissuto fino ad oggi? Sembrate un uccello esotico in questa terra di colombe ed aquile...da dove venite? –
- Sono nata in Turchia, ad Istambul, poco distante dal ponte sul Bosforo... penso che il mio aspetto tradisca il sangue mediorientale che mi scorre nelle vene, e che purtroppo mi rende diversa da... da voi inglesi, dalle donne compassate e fini di queste terre gelate. Amo il sole, ma anche le nebbie non mi indispongono, a patto che un camino acceso mi sappia riscaldare dopo aver vagato nei boschi... ho viaggiato molto, mio padre si è condannato a un moto perpetuo dopo la morte di mia madre, ma non mi ha mai lasciata sola, non potrei vivere senza di lui... comunque ho adorato ogni paese visitato: mi piace il contatto con la gente, gli italiani sensuali e gioviali, i francesi raffinati, la calda ospitalità di povere capanne africane dove gli abitanti offrono anche l'ultimo pezzo di pane rimasto, ma sopra ogni altra cosa amo la natura nella sua interezza, e il profumo di aghi di pino. - parlava Samira... come se conoscesse Walden da sempre.
Walden ascolatava affascinato quel racconto di terre lontane, riflettendo che quella donna nascondeva dentro di sé profondià inaspettate, e una mente acuta e vivace, benché inconstante.
Instambul...adesso capiva quella chioma ribelle...e quegli occhi di brace nera. E il profumo che le aleggiava intorno come nebbia dorata.
Walden stava iniziando a dimenticare che il suo compito sarebbe dovuto essere quello di incastrare Samira, e iniziò a riconsiderare le parole di Lord Voldemort come un invito a far sua quella donna ribelle...
Improvvisamente lo sguardo gli corse sull'ora. Era in ritardo, avrebbe già dovuto essere alla Cuspide Cremisi!
Prese commiato goffamente da Samira, e, nel tentativo di riscattarsi da quell'abbandono precipitoso, si guardò attorno cercando ispirazione...
- Mi chiedevo se vi piacerebbe incontrarci nuovamente, Lady Orion...Magari potremmo andare a cenare fuori...-
Walden voleva rivederla!! Il cuore di Samira aprì le ali vermiglie e come un immenso uccello tropicale spiccò il volo... la donna dimenticò ogni altro pensiero, ogni pericolo. Nulla aveva importanza: né la reticenza di suo padre quando McNair entrava nei loro discorsi, la visita inaspettata del boia al café che certo lasciava presagire indagini e misteri, e sopra ogni altra cosa dimenticò addirittura il livore chiaramente espresso da Lord Voldemort per le sue attività troppo democratiche. Esisteva solo quell'uomo virile, il falco che si librava nel cielo plumbeo e lanciava richiami al suo padrone, le mani forti di lui e quel volto cupo e affascinante:
- Oh, non le nascondo che mi farebbe un immenso piacere, e se posso permettermi vorrei suggerirle una rustica taverna fuori Londra, in campagna...io... mi piacerebbe poter cavalcare prima! Ormai sono mesi che come unico mezzo di trasporto uso la scopa ma, anche se non sono una brava amazzone, mi piace cavalcare. Sono troppo esigente? -
Samira rimase in attesa di una risposta, sperando che lui accettasse e che il destino le fosse così propizio da regalarle una giornata tra prati e boschi in compagnia dell'uomo che da sempre tormentava i suoi sogni... Samira aveva 40 anni e lui ne portava ottimamente 50, la donna era sempre stata attirata dai piaceri della carne, ma per la prima volta cominciò a scoprire in sé il desiderio di legarsi a un uomo... a solo uno. Attese la risposta sognando cavalcate sfrenate, cene davanti al camino mentre la carne arrostiva e poi... poi letti in legno massello e coltri calde... profumate di vita. Non si arrischiò a confessare a Walden che lei in realtà evitava la scopa per il semplice motivo che non era una strega provetta. Aveva frequentato Hogwarts ottenendo scarsi risultati in ogni materia e solo suo padre sapeva quanto poco la sua magia fosse disciplinata e spesso doveva porre rimedio ai guai che lei combinava.
In campagna? Che quella donna fosse meno ovviamente femminile di quanto appariva? Walden non poteva concepire una vita che non includesse brume e prati, boschi e sentieri. Amava la caccia e l'odore del muschio e della corteccia. Samira sembrava sincera nell'esprimere il suo desiderio di cavalcare all'aria aperta, ma Walden registrò anche il fatto che si sarebbero ritrovati soli...
Sperò con tutto se stesso che lei non avesse velleità seduttive. Non avrebbe mai rispettato una donna che usava una scusa simile per avvinghiarglisi addosso.
- Mi sembra un'ottima idea...Samira. - rispose, chiamandola per nome per la prima volta.
-Organizzi tu questo piccolo intrattenimento? Io sono molto impegnato ultimamente.-
- Con piacere - rispose Samira regalandogli un sorriso molto charmant...
- Allora mandami un gufo quando avrai deciso tempo e luogo. Adesso scusami, ma devo andare.
Walden McNair, il cacciatore e il boia, si allontanò dalla donna con la mente confusa e svagata.
Si voltò a guardarla, con i riccioli coperti di cristalli di neve e le mani nervose a cercare qualcosa nella borsetta, e si portò quel ricordo nell'animo mentre si dirigeva alla Cuspide Cremisi.
Samira era raggiante, ma anche un tantino preoccupata: frugava nella sua disordinatissima borsetta alla ricerca della chiave di casa... che vergogna! Aveva bisogno di una normalissima chiave babbana per riuscire a entrare in casa. Suo padre si divertiva a cambiare quasi ogni giorno l'incantesimo che proteggeva la loro porta, ben sapendo che la povera Samira si sarebbe dovuta impegnare moltissimo per entrare, purtropo se falliva quell'odiosa chiave babbana, anch'essa incantata, sarebbe stato l'unico sistema per entrare e avrebbe rivelato impietosamente la sua inettitudine. Walden si era già allontanato e non la vide armeggiare alla porta della palazzina poco lontano il Café Bathory, dove abitava con Orion, sentendosi fin troppo emozionata per tentare di svelare l'enigma dell'incantesimo del giorno usò direttamente la chiave e si chiuse la porta alle spalle sospirando di sollievo.
Arquise
wrote at 22:19
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venerdì, 28 dicembre 2007
Abitazione di Carmilla von Amethyst
Una pira di legna verde alta fino al cielo, che si stagliava come una piramide sul cielo terso dell’aurora. La luce flebile del sole nascente regalava un’atmosfera di magica evanescenza alla scena. Una donna dai corti capelli biondi era legata sulla pira, e le lacrime le scorrevano a fiotti sulle guance. Il boia si avvicinò e il fuoco, lentamente, avviluppò i rami ancora stillanti linfa. Legna verde, perché non bruciasse troppo in fretta e la donna avesse il tempo di pentirsi dei suoi peccati, e disposta in modo che il fumo non potesse soffocarla e mettere fine alle sue sofferenze.
Lei era solo una bambina, e un artiglio in forma di mano le arpionava la spalla, costringendola a guardare l’atroce scena di sua madre che bruciava. Il fuoco rese la sua testa una torcia, e urla di impressionante strazio si levarono in alto. Sua madre urlava, e Carmilla, la figlia del peccato, la causa dei suoi tormenti, non poteva piangere la sua sorte, perché a stringerle le spalle c’era l’uomo che l’aveva portata sul rogo. Il frate inquisitore che aveva condannato sua madre alla tortura e alla morte, e che le sibilava: “Guarda, guarda come tua madre brucia! E’ questo il destino dei peccatori che si ribellano alla volontà di Dio!”. Il volto di sua madre si sciolse nel fuoco, e Carmilla si svegliò.
Il cuore le batteva furiosamente, sotto il negligè di pizzo bianco, e le ci vollero alcuni secondi per realizzare che si trattava del suo solito incubo, e insieme del suo primo ricordo.
Tende pesanti di velluto verde bosco impedivano all’impietosa luce del sole di filtrare e la vampira era adagiata sulla sua bara di legno chiaro e foderata di seta bianca. Ciò che rendeva così importante la bara non era l’etichetta del suo rango o l’amore per quei dettagli decadenti, ma il fatto che il doppiofondo era riempito con la terra del suo paese di nascita, la Romania., dove era stata vampirizzata. Un breve riposo in quella bara le assicurava la possibilità di resistere al sole, anche se affrontato a malincuore.
Carmilla si alzò, e si precipitò alla finestra, sperando nell’assenza del sole. Aprì leggermente le tende, e scoprì che stava nevicando. Delicati e leggeri fiocchi di neve stavano ricoprendo Diagon Alley di candida bellezza, e la vampira batté le mani, estasiata. In quel momento entrò la sua serva slava, Marja, con la smorfia corrucciata della sera prima, quando aveva scoperto che la sua padroncina era tornata sfinita e per giunta con una ragazzina al braccio.
Marja brontolava ancora, lanciando osservazioni pungenti sulla poca ragionevolezza di Carmilla, mentre l’aiutava a vestirsi. In onore alla dolce neve, Carmilla indossò un abito di velluto bianco, completo di un mantello col cappuccio, e gioielli di cristallo di Boemia. La sua gioia infantile si attenuò al pensiero che avrebbe dovuto andare a nutrirsi a Londra, quella sporca e caotica rimessa di sanguecaldo, dopo aver ricevuto degli ordini così chiari da Lord Voldemort. A volte, la sua impulsività di bambina viziata finiva per metterla nei guai. Scrollò le spalle, e si ricordò solo dopo che doveva ancora parlare con la ragazzina della sera prima. Se la fece condurre, e vedendo lo stato di tensione nervosa in cui si trovava, ricorse all’incantesimo dello sguardo per tranquillizzarla.
- Non temere bambina. Qui nessuno ti farà del male – le disse prendendole il volto tra le mani
- I miei genitori… - sussurrò la ragazzina con il labbro tremante
- Adesso è questa la tua famiglia. Dimentica di averne mai avuto una diversa…Dobbiamo trovarle un nome, Marja. Hai qualche proposta?
- Che ne dite di uccellaccio? – ribatté la vecchia slava in rumeno
Il riso cristallino di Carmilla irruppe nella stanza, e lei accarezzò nuovamente il volto della bambina.
- No, Marja, chiamiamola Estya. Ed ora, portala a vedere la sua nuova casa. Io voglio uscire fuori a vedere la neve
La Contessina vampira aveva preso dimora a Diagon Alley, grazie ai finanziamenti generosi del Nero Consiglio, e aveva scelto una piccola casa vittoriana, soprattutto per via del giardino sul retro, un gioiello di vibrante decadentismo, affollato dalle erbe selvatiche e con un maestoso roseto di rose bianche. La casa si sviluppava in altezza, e poteva contare su tre piani. Il pianoterra ospitava l’ingresso, confortevole e innegabilmente inglese, e sul retro gli appartamenti della servitù. Al secondo piano c’erano le stanze di Carmilla, con il suo bagno personale, e al terzo stanze vuote che avrebbero dovuto essere usate in caso di ospiti. Uno scrigno che dall’esterno appariva misero e spoglio, uguale a tante altre case con il décor tipicamente vittoriano delle mura, ma che nascondeva all’interno i propri tesori.
Le stanze erano piccole ed accoglienti, la mobilia antica e di buon gusto, la tappezzeria William Morris, e il fuoco brillava allegramente in tutti gli appartamenti, tranne quelli della Contessina. Odiava il fuoco.
Carmilla si precipitò fuori, decisa a godere di quel dono inaspettato. Per lei, che non soffriva il freddo come i comuni mortali, la neve era solo un bellissimo gioco. Si soffermò a cogliere un bocciolo di rosa su cui il gelo aveva congelato la rugiada mattutina, e lo dispose tra i capelli, gelido e perfetto.
Diagon Alley era affollata di persone che sbuffavano sotto il freddo, ma Carmilla sapeva che nessuno si sarebbe fermato a parlarle, non dopo aver scoperto la sua stirpe. Tremavano tutti all’idea che si avventasse su di loro per succhiargli il sangue. Facessero pure. Non erano certo le uniche fonti di sangue d’Inghilterra! Quello che in realtà Carmilla avrebbe voluto evitare era l’incontro con i vampiri inglesi. Non godevano di buona fama presso gli Antichi Casati, vista la loro origine per lo più recente, e lei non poteva cacciarsi in ulteriori guai dopo la festa della sera prima. Decisa a fare in fretta, uscì da Diagon Alley e si dedicò alla caccia. Migliaia di colli pronti a farsi mordere…nessuno, uomo o donna, potevano resistere all’incanto di un vampiro antico. Bastava un solo sguardo perché la supplicassero di dissanguarli, e Carmilla non aveva tempo per quelle esternazioni. Infine, trovò la sua preda: una giovane commessa di un negozio elegante, con fitti riccioli rossi e tenere efelidi sul collo. Le si avvicinò, sorridendo al suo abbigliamento così inusuale, e le chiese se desiderasse aiuto.
- Aiuto? Sì, in effetti potreste aiutarmi…- sussurrò Carmilla, e con quelle poche parole
l’anima appassionata della mortale le appartenne. L’attirò in un camerino di prova, e la morse, facendo precipitare la giovane donna in uno stordimento estatico.
I miei morsi donano il paradiso…pensò la vampira, lasciando la commessa a ricomporsi, e affrettandosi verso casa. Era sazia, e nessun danno ne poteva venire alla mortale.
Un vampiro può uccidere in molti modi, ma un unico morso non aveva conseguenze, e nell’immenso supermercato del sangue che era Londra Carmilla non rischiava di mordere una seconda volta la stessa persona.
Adrien sarebbe fiero di me, pensò. Ieri sera ho spezzato il braccio ad un uomo importante, ho infastidito Lord Voldemort, e ottenuto una ragazzina senza valore…
Se entro stasera non ricevo una convocazione potrò solo biasimare me stessa. Perché non rifletto mai prima di agire? si disse Carmilla, stringendo i piccoli pugni.
Tornava con lenta tristezza a Diagon Alley, preoccupata dalla possibilità che la sua missione diplomatica fosse fallita, e che Adrien avrebbe fatto notare al Nero Consiglio che lei non era di nessuna utilità se non come moglie…
Una lacrima perlacea le solcò il viso, ma la Contessina si riscosse in fretta, perché era una creatura volubile, e si disse di non disperare. Sarebbe tornata a casa in attesa di un’eventuale convocazione. Lord Voldemort sembrava non essere un uomo che amava aspettare…
Davanti alla porta della dimora di Carmilla una figura ammantata di nero si era appena materializzata, coperta completamente dalla stoffa pesante del largo cappuccio celava agli occhi di passanti e curiosi le fattezze del Lord oscuro. Solo, privo di scorta e del solito onnipresente Codaliscia aveva deciso di far visita alla giovane contessina, facendosi precedere da un breve messaggio.
Era ansioso di parlarle, di osservarla muoversi nelle sue stanze, in un territorio che le era congeniale.
Un fiore antico e infantile, polvere e gocce di rugiada... che splendida alchimia... sapeva di essere il Padrone incontrastato, e non si degnò di bussare... entrò semplicemente dopo il tocco lieve della sua bacchetta.
Carmilla era appena tornata, e si era appena liberata dal mantello bianco, da regina delle nevi, quando Marja entrò tremando nella sua stanza e l'avvertì che un ospite l'attendeva. La Contessina ne fu stupita. Lord Voldemort era più puntuale del previsto. Accorse a riceverlo, decisa ad essere più rispettosa dell'ultima volta, e si inchinò in silenzio, facendogli segno di accomodarsi nell'intimo salottino vittoriano.
- Marja, portaci del té - chiese alla sua serva e si accomodò sulla poltrona più lontana dal camino...
Carmilla si soffermò sul volto serpino di Lord Voldemort, rarefatto, algido, raffinato ed altero. Oh, era davvero il Signore Oscuro, così alto, e senza bisogno di orpelli a chiarire il suo stato, ammantato di potere magico e immortale delizia.
Si chiese che sapore poteva avere il sangue di un tale uomo, ma accantonò rapidamente il pensiero e si dedicò ai suoi obblighi di ospite. Versò il té bollente in due tazze, benché lei non ne bevesse, ed estrasse il foglio che riportava le condizioni del Nero Consiglio
Il Lord sapeva essere un ospite indisponente, non accolse l'invito a sedersi e dopo poche brevi parole di circostanza vagò nel salottino, osservando interessato quadri e suppellettili, poi si portò alle spalle della Contessina e le parlò rimanendo in piedi, traendo vantaggio dalla posizione dominante e sovrastandola con la sua altezza:
- Dovrei chiederle perdono per questa intrusione nella sua intimità, ma la curiosità è sempre stato un mio grande difetto, e forse anche un pregio... ho saputo che viene da molto lontano, ambasciatrice di esseri che riescono a straziare i sonni di molte persone e questo da tempo immemorabile... lo trovo delizioso... una vampira, mi creda, non potevo sperare in un incontro migliore... bene, sono qui, può espormi le sue intenzioni
- Vi ringrazio dell'attenzione accordatami. So che avete trascorso del tempo in Romania..ma la nostra stirpe e la vostra sono state spesso ostili. Il Nero Consiglio, la Camera alta delle Antiche Casate, mi ha inviata per pregarvi di accettare le sue condizioni. Nei secoli noi vampiri siamo stati spesso tormentati, e adesso non abbiamo la libertà di spostarci attraverso l'Europa. Vorremmo poterci muovere liberamente, senza ostacolo né restrizioni, e il diritto di predare sui sanguecaldo senza magia..
Carmilla porse il foglio che avrebbe segnato il suo ritorno in Romania al Signore Oscuro, con un segreto rimpianto negli occhi.
Era un documento breve, ossequioso ma conciso, e alla vampira tremò il cuore nel leggere la firma di Adrien ai margini del foglio.
Un sorriso sornione si dipinse sulle strette labbra del Lord, la mano scheletrica vagò pigra più volte tra un calamaio appoggiato al tavolino davanti a loro e la pergamena sulla quale spiccavano le firme degli appartenenti alla casata più antica... poi la mano si appoggiò sul bracciolo del sofà dove infine il Lord si era seduto e lì rimase, aveva letto negli occhi di lei molto di più di quello che si poteva pensare.
- No, per ora non sono in grado di prendere una decisione... non così in fretta, c'è molto da valutare... nel frattempo mi parli di lei, della sua vita in quelle lande isolate, del motivo per il quale è stata scelta per un compito così importante, gliel'ho già detto... sono curioso
Curioso sì, di sapere cosa anima i tuoi occhi, a cosa è dovuto quel rammarico improvviso, quel lieve timore... e se è esatta la mia sensazione che ti scopre felice di avermi qui con te...ma il Lord non pronunciò ad alta voce questi pensieri, e attese.
Carmilla non poté trattenere un sorriso infantile, di fronte alla proposta del Lord.
- Volete conoscere la mia storia? Vi assicuro che non è molto diversa da quella di tanti altri immortali...Sono nata in Francia, e, dopo la morte di mia madre (e il ricordo di quell'incubo la fece rabbrividire), sono stata allevata in convento...
- Non si direbbe, non è vero? Sono stata vampirizzata a vent'anni, in Romania, ma il mio padre di sangue è morto dopo qualche secolo, e mi ha lasciata sola.. Era Verlaine du Saint-Juste, un vampiro di nobile schiatta e animo retto. ma è stato ucciso dai sanguecaldo in rivolta... Ho viaggiato in tutto il mondo, ho visto guerre e sofferenze, lo spettacolo dell'arte e dell'ingegno, e adesso ho trovato una casa, e un posto, tra gli Antichi Casati.. Mi hanno scelta perché sono una delle poche donne del Casato non sposate - spiegò con un sorriso birichino - e sapete, si dice che le donne siano migliori ambasciatrici
Se c'era un tratto che distingueva il Lord era la sua infantile spontaneità, il piacere con il quale esprimeva anche con il corpo sensazioni e riflessioni. Ciò era dovuto al lungo periodo in cui si era trovato a fluttuare sotto forma di spirito, ancora più impalpabile di un fantasma dopo la maledizione rimbalzata, ora gioiva nel sentire sulla pelle vento e pioggia, nel sentirsi carne viva e nel toccare, come ad esempio nel lento inesorabile movimento che fece verso la gota pallida di lei, e rise allegro dicendo:
- Un convento? oh... rabbrividisco nell'immaginarvi tra croci e sai, non vi hanno calpestata vero? Nulla ha potuto assopire la luce che vi brilla negli occhi... siete immortale... come me, ma a differenza vostra io non amo la diplomazia, e in effetti una donna può farla risultare più piacevole... vi dispiacerebbe se mi prendo ancora tempo per decidere? e vorreste concedermi ancora la vostra compagnia?
Carmilla era così felice di quelle parole, che batté le mani come una bambina cui hanno appena fatto un dono. Avrebbe potuto rimandare l'odiato momento del ritorno in Romania, e contemporaneamente attardarsi in compagnia di quell'uomo, che, per la prima volta in tanti secoli, l'aveva colpita. Non si ritrasse a contatto delle unghie appuntite sulla pelle, e sorrise, mostrando i canini appuntiti.
- Accolgo con piacere la vostra proposta, My Lord. Spero che vorrete mostrarvi le bellezze di questa terra d'Albione che conosco così poco...
- Bellezze? io di bello vedo solo voi in questo momento... vi infastidisce la mai sincerità?-
Il complimento diretto di Lord Voldemort stupì non poco Carmilla. Si chiese se quell'apprezzamento era sincero, o piuttosto nascondeva degli intenti non proprio cristallini...Come saperlo?
Si limitò a ringraziare sommessamente, cercando di non lasciar trapelare il piacere che quelle brevi parole le avevano procurato...
Quando il Signore Oscuro si congedò, Carmilla era preoccupata ed elettrizzata allo stesso tempo. Tutto stava andando come lei più desiderava, ma gli intenti del Mago erano sconosciuti, e la giovane vampira sapeva bene di non doversi fidare di nessuno.
Cosa voleva in realtà da lei Lord Voldemort? Stava tentando di carpirle informazioni, o davvero era interessato a lei?
Di certo era fuggevole come acqua piovana, e lei non poteva affidarsi a quelle parole dette con noncuranza. Eppure, le facevano più piacere quegli ambigui complimenti, che probabilmente non erano sentiti, dei fiumi di inchiostro stillanti amore sincero che tanti poeti le avevano dedicato.
Carmilla si dedicò quella sera a scrivere una serie di relazioni, una al suo Casato, gli Harlequin, e quindi ad Adrien (e le sue labbra si corrucciarono in un broncio infantile), ed una per il Nero Consiglio al completo...Legò con nastri rossi alle zampette di solerti pipistrelli quelle missive che spiegavano come la situazione fosse ancora in stallo.
Naturalmente la Contessina sorvolava sull'incidente a Malfoy Manor e si attardava a descrivere la necessità di maggior tempo per convincere il Signore Oscuro...
Un pipistrello, però, era già in volo dalla Romania, e forniva dati preoccupanti sullo stato dei revanants londinesi, che sfidavano il Nero Consiglio moltiplicandosi con eccessiva celerità.
Indagate, c'era scritto sul foglio, e Carmilla lesse e rilesse quell'unica parola più volte, certa che avrebbe portato molti guai...
L’enfer
Carmilla von Amethyst aveva una percezione ben chiara di cosa significava essere parte del Casato Harlequin. Il suo padre di sangue, Verlaine du Saint-Juste ne era stato il fondatore, e quindi lei aveva sempre potuto contare sull’appoggio del Casato, sin da quando era stata vampirizzata. Il Casato l’aveva sfamata, accudita, le aveva insegnato le norme delle Antiche Casate, e l’aveva protetta dopo la morte del suo mentore. Verlaine era stato fatto a pezzi da una folla in rivolta che ne aveva bruciato i resti affinché non potesse risorgere, e la stessa Carmilla si era salvata a stento. Quindi, sapeva di avere degli obblighi molto forti verso il Casato, e ne aveva salutato i successi e i fallimenti come una figlia devota. D’altra parte, si rendeva conto che molte delle consuetudini degli Antichi Casati erano arcaiche e sorpassate. Si aggrappavano all’etichetta e alle regole come naufraghi di un mondo distrutto, e cercavano in tutti i modi di contrastare l’afflusso dei revenants più giovani, che non seguivano nessuna regola e uccidevano le loro vittime per il mero gusto di farlo. C’erano state guerre, eccidi e lotte intestine, che avevano inciso profondamente sul numero già esiguo degli Antichi, e intanto i revenants recenti si organizzavano, stringevano alleanze e premevano in maniera sempre più incisiva sul Nero Consiglio affinché cambiasse le regole.
Condividere il dono del sangue era sempre un rischio: solo pochi elett